Ultimo Bollettino

 

NATALE: UN DIO MESSO AL MONDO

Nel nostro immaginario occidentale, Natale è sinonimo di intimità. Una casa calda, piena di doni, di musica e di affetti, mentre fuori nevica. E se agli occhi dei credenti questo paesaggio patinato appare troppo laico, un’immagine più da pubblicità che da chiesa, ecco allora che viene inserito Gesù. Lo scenario rimane lo stesso; con l’aggiunta di un personaggio che conferma e accresce il tepore della situazione. Dio viene ingaggiato nel nostro progetto di gustare un po’ di consolazione, entro le calde mura di casa. Il freddo mondo rimane fuori: tanto, sappiamo che non c’è niente da fare in una storia triste e pericolosa. Lasciamo il mondo ai giochi della politica, felici di avere una fede che ci garantisce la consolazione dell’anima. Il nostro Natale cristiano mette in scena Dio, l’anima e basta. Una festa dall’orizzonte piccolo, nel quale si trova a suo agio quel mercato che spegne le domande e riempie le vite di oggetti (morbidi, per l’occasione!).

L’evangelista Luca prova a rompere la morsa di questo ristretto orizzonte, dove tutto gira intorno a noi, ai nostri desideri individuali; e ci narra di un Natale che avviene in una storia mortale. Dove le persone devono fare i conti con i decreti degli imperatori, ed i più poveri sono costretti ad emigrare, sognando una casa che non troveranno. Una storia che ad alcuni assicura felicità e ad altri dice che non c’è posto per loro. Siamo onesti: questo racconto di Luca non ci piace tanto. Ci lascia delusi e perplessi: noi aspettavamo consolazione e l’evangelista semina inquietudine. Ci affascina di più la narrazione dei media, piena di gente sorridente, di cuoricini e angioletti. Almeno a Natale!

E dunque, che fare? Smettiamo di leggere Luca? O al contrario, smettiamo di desiderare un po’ di tranquillità, in nome dell’impegnativo programma evangelico? Vi confesso che non so risolvere facilmente il dilemma. Non penso sia giusto demonizzare quel desiderio di consolazione, che ci abita. E allo stesso tempo, non possiamo non ascoltare la voce narrante di Luca, che ci parla di come Gesù sia venuto al mondo, come vita minuscola in mezzo alla povera gente. Sento l’urgenza di vivere una fede che non perda il mondo. Ma che lo faccia senza creare sensi di colpa, senza mettere a tacere i legittimi desideri del nostro pur piccolo “io”. Quadratura del cerchio, ad opera di cristiani che, in fondo, stanno bene e nemmeno si rendono conto delle fatiche che altri vivono? Forse. Ma la sapienza biblica ci insegna a non mettere in opposizione troppo in fretta esigenze che, a prima vista, risultano opposte, inconciliabili. A non contrapporre l’interno e l’esterno, la cura di sé e la cura del mondo. A fare di un’intimità felice la sorgente a cui attingere per spendersi fuori casa, con chi quella felicità non l’ha mai assaporata. Se ti prepari a vivere un Natale in cui star bene con i tuoi, decidi anche di compiere un gesto di attenzione per gli altri. Cioè, ama il tuo prossimo come ami te stesso. Sii un pastore che cura il suo gregge, ma sa anche lasciarlo per andare a vedere cosa succede a Betlemme, a Lugano, tra chi non abita le nostre belle case ma giace nelle stalle. Almeno, tenta! Nella misura delle tue possibilità, secondo la tua personale creatività, discernendo la chiamata che Dio ti rivolge.

E mentre dai gloria al Dio dei cieli, che viene a condividere la nostra sorte, non smettere di operare perché l’umanità da Lui amata possa gustare sulla terra la pace.

Buon Natale!

 

UNA CHIESA SEMPRE DA RIFORMARE

La nostra storia con Dio è una ricerca che non finisce mai, che domanda apertura mentale e non presunzione, pazienza nell’ascoltare e non la fretta del giungere a conclusione. Lo stesso vale per il modo del nostro essere chiesa. La comunità voluta da Gesù non è un’istituzione chiusa, inossidabile al tempo, sempre uguale in tutte le stagioni. E neppure una realtà garantita: secondo le Scritture, non è detto che, poiché ci riteniamo credenti e compiamo i gesti della fede, automaticamente siamo la chiesa di Gesù. Sia la comunione con Dio che quella tra sorelle e fratelli non procedono per forza di inerzia, sulla base di abitudini invalse.

Lutero, 500 anni fa, aveva espresso con forza questa convinzione: una chiesa deve sempre ripensarsi, convertirsi, interrogarsi su come possa dire l’evangelo, in un preciso momento storico, compiendo alcune scelte e vagliando le parole dell’annuncio.

Sulla sua scia, anche noi ci stiamo interrogando, partendo dalla sfida che fa di un gruppo umano la chiesa di Gesù, ovvero quella di portare il lieto annuncio di Dio alle persone del nostro tempo. Per iniziare questo cammino di discernimento comunitario, ci siamo rivolti due domande:

– Qual è l’aspetto dell’evangelo che oggi, nel nostro mondo, rischia di essere dimenticato?

– Dove la nostra chiesa battista di Lugano rischia maggiormente di allontanarsi dall’evangelo di Gesù?

Partiamo dal rischio – sempre in agguato – del mettere a tacere, se non tutto l’evangelo, almeno qualche suo aspetto. Una possibilità concreta non solo per la nostra società ma anche per la nostra chiesa. Lutero, nelle sue 95 tesi, denunciava per la chiesa del suo tempo la perdita della grazia, sostituita dalla legge di mercato, dove tutto si compra, persino la salvezza. Anche noi desideriamo provare a leggere il nostro tempo e comprendere come continuare ad essere segno del Dio della grazia, come ripensare il nostro essere chiesa a Lugano, oggi.

E’ questo il nostro modo di fare memoria dei 500 anni della Riforma. E’ questa la nostra responsabilità nel tempo presente. Innanzitutto, desideriamo capire, come suggerisce Gesù: «Quando vedete una nuvola venire su da ponente, voi dite subito: “Viene la pioggia”; e così avviene. Quando sentite soffiare lo scirocco, dite: “Farà caldo”; e così è. Ipocriti, l’aspetto della terra e del cielo sapete riconoscerlo; come mai non sapete riconoscere questo tempo?» (Luca 12,54-56). Compito impegnativo, decifrare i tratti principali di questo mondo complesso! Ma la difficoltà non ci deve esimere dal tentare. Lo facciamo con i figli o con le persone amiche, anche se non siamo psicologhe o sociologi. Sarà possibile rispondere alla domanda di Gesù, riconoscendo questo nostro tempo, se faremo attenzione alla vita che ci circonda, se metteremo a freno il risentimento che ci abita e ci lasceremo animare da quell’amore che Dio, per primo, ha per l’umanità: Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio (Giovanni 3,16).

Una chiesa deve essere in grado di amare con intelligenza la storia in cui è chiamata ad essere lievito, sale, luce. A questo esorta l’apostolo Paolo: che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e in ogni discernimento (Filippesi 1,9). Siamo in grado di credere che l’evangelo è indirizzato proprio al nostro presente? Perché il Signore continua a ripetere a noi, increduli: Eccolo ora il tempo favorevole; eccolo ora il giorno della salvezza! (2Corinzi 6,2).

Buona festa della Riforma!

 

CERCATE SENZA STANCARVI

Dopo aver letto il vangelo secondo Giovanni, questo mese iniziamo la lettura continua del vangelo secondo Luca. Entreremo nel mondo narrato dal terzo evangelista e ci interrogheremo, di nuovo, sul senso della figura di Gesù di Nazaret e sulla Parola delle Scritture che in Lui ha trovato compimento.

Si tratta di una vera e propria nuova ricerca. Non nel senso che quanto abbiamo appreso alla scuola di Giovanni risulti insufficiente, necessiti di integrazioni e, dunque, di un apprendimento aggiuntivo. Ci rimettiamo in cammino perché quel Maestro che, a partire da gesti simbolici, capaci di scavare ed interrogare l’esistenza umana – quei gesti che Giovanni chiama “segni” – ci ha in-segnato un percorso di “vita in abbondanza” (Giovanni 10,10), questo Gesù non si lascia afferrare una volta per tutte, ha ancora molto da dirci. In fondo, è questo il motivo per cui la medesima storia di Gesù ci viene narrata in quattro racconti diversi, i quattro vangeli. Il Dio di cui parlano quei testi è sempre più grande della nostra comprensione, sfugge alle nostre definizioni, non ci sta a lasciarsi rinchiudere nelle semplificazioni in cui lo costringiamo. Presumere di conoscerlo, di essere in possesso della verità, significa fraintendere il senso del cammino al seguito di Gesù. Noi non siamo “padroni” della verità, ma “discepoli”. Persone sempre in cammino che non smettono di cercare.

E’ proprio l’evangelista Luca ad indicarci questa via: Cercate senza stancarvi (11,9).

Con altre parole, è quanto suggerisce il pensatore Gotthold Ephraim Lessing:

Se Dio tenesse nella sua destra tutta la verità e nella sua sinistra il solo desiderio sempre vivo della verità e mi dicesse:  «Scegli!», sia pure a rischio di errare eternamente smarrito, io mi precipiterei con umiltà alla sua sinistra e direi: «Padre, ho scelto; la pura verità è per te soltanto».

Solo così saremo liberi da quella presunzione che ci allontana da Dio e ci apriremo con rinnovato stupore al mistero dell’Altro e degli altri. Una fede così ci libera dal nostro piccolo “io”, sempre in cerca di conferme e ci apre alla novità. E’ esperienza liberante che possono fare quanti vivono come umili cercatori, persone che provano a smettere di giocare in difesa, giudicando con durezza quanti pensano e agiscono diversamente. E’ stile di vita di chi, innanzitutto, si mette in ascolto. E nella fatica di un ascolto reale, paziente, si apre a Dio e agli altri, acquisendo una sapienza di cui oggi abbiamo particolarmente bisogno. Come suggerisce uno scrittore:

«Sforzarsi senza tregua di pensare a chi ti sta davanti, prestargli un’attenzione reale, costante, non dimenticarsi un secondo che colui o colei con cui tu parli viene da un altro luogo, che i suoi gusti, le sue idee e i suoi gesti sono stati plasmati da una lunga storia, popolata di molte cose e di altre persone che tu non conoscerai mai. Ricordarsi in continuazione che colui o colei che guardi non è una parte del tuo mondo. Questo esercizio mentale – che mobilita il pensiero e anche l’immaginazione – è un po’ duro, ma ti conduce al più grande godimento che ci sia: amare colui o colei che ti sta davanti, amarlo per quello che è, un enigma – e non per quello che credi, per quello che temi, per quello che speri, per quello che ti aspetti, per quello che cerchi, per quello che vuoi» (Christian Bobin, Autoritratto al radiatore).

Che la lettura attenta del vangelo secondo Luca possa significare per la nostra chiesa questo stile di ricerca e di attenzione, sia in verticale che in orizzontale!

 

LA PAROLA INATTESA

Non viviamo tempi di grandi entusiasmi. Piuttosto, sono le paure a farsi sentire. Per questo, facciamo fatica a pensare un nuovo inizio. La sensazione è quella di essere bloccati o di girare a vuoto. Il tempo dopo la pausa estiva non possiede più il fascino del ricominciare, del riprovare. E’ come se una voce interiore ci ripetesse continuamente: “tanto, è inutile”; “un mese vale l’altro”; e tu rimani con i tuoi problemi irrisolti.

La ripresa di un nuovo anno sociale non va in automatico. Se dipendesse dal nostro sentire, lasceremmo perdere ogni velleità di rinnovamento e ci accontenteremmo di tirare a campare. Ma ecco, che una parola straniera, non nostra, ci raggiunge e ci sussurra:

Hai visto molte cose, ma senza farvi attenzione,

hai aperto gli orecchi, ma senza sentire  (Isaia 42,20).

Ti è sfuggito qualcosa della vita: non è vero che non c’è più niente da scoprire.

Noi tutti abbiamo fatto  molti passi per soddisfare bisogni materiali, poco cammino per approfondire il senso dell’esistenza.

Molto movimento per trovare la posizione sociale migliore, poco dinamismo nel rivedere le nostre teorie scarsamente provate.

Molte nozioni strumentali apprese, poca conoscenza di se stessi.

Molti sfoghi, poca accoglienza del dolore altrui.

Molti lamenti, poco coinvolgimento nei disagi reali.

Molta comunicazione, poca empatia.

Molta conoscenza, poca sapienza.

Molti calcoli, poca utopia.

Molti scambi, pochi doni.

Molte formule, poca preghiera.

Molte strutture, poca profezia.
Che cosa dobbiamo fare, allora? Con quale piede riprendere quel cammino che ancora ci aspetta, nonostante la nostra sensazione che non ci sia spazio per qualcosa di nuovo?

Come chiesa, abbiamo un’unica luce, solo un’intuizione, che non si presenta come la risposta ai nostri problemi, eppure ha la forza di riaprire i sentieri interrotti, di indurci a rimetterci in cammino. E’ quella Parola che Dio indirizza a ciascuna e ciascuno di noi. Parola personale, unica, preziosa. Parola differente dalle nostre parole usate, che ci ripetiamo a pappagallo. Parola che accende un nuovo sguardo sulle nostre vite.

 

Lascia che la parola

inattesa

prenda il posto

che lei stessa si crea

semplicemente occupandolo

col suo apparire

come da sempre

le fosse preparato.

Sarà annuncio

principio

di nuova creazione.

Diamo fiducia a questa Parola preziosa. Buon cammino!

 

LA PARTE BUONA

Quante parole sentiamo, leggiamo, diciamo ogni giorno.

Il filosofo Emmanuel Mounier afferma che nella nostra epoca le “parole parlanti” si sono fatte sempre più rare e le “parole parlate” sempre più frequenti. E lo scrittore Italo Calvino, nelle sue “Lezioni americane”, scrive: “Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola… La letteratura può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio”.

Almeno nel periodo estivo, dovremmo provare a fare la cura di un buon libro. E soprattutto, dovremmo dare nuovo credito al Libro per eccellenza, la Scrittura.

La parola biblica, oltre che rivelazione di Dio e del suo progetto di salvezza, è anche un anticorpo alla malattia delle parole inutili, dette e non pensate, senza consistenza.

E’ il mettersi in ascolto della Parola, “la parte buona” da scegliere continuamente. Come ricorda Gesù a Marta, arrabbiata perché la sorella Maria, invece di aiutarla, se ne sta ai piedi di Gesù ad ascoltarlo: «Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta» (Lc. 10,41-42). Parola che non disprezza il lavoro di Marta, ma lo colloca in una scala di priorità. A fronte delle molte cose, che agitano Marta, ve ne è una sola giudicata necessaria, senza la quale la vita perde consistenza. Gesù non dice che occorre fare solo quanto fa Maria. Sappiamo bene che la vita è fatta di molti ingredienti, è complessa; semplificare significherebbe tradirne la ricchezza. Del resto, la Scrittura attesta la pluralità delle esperienze. E tuttavia, l’intera narrazione biblica pone la questione di che cosa sia essenziale, irrinunciabile, decisivo per avere “vita eterna” (cfr. Luca 18,22). Ora Gesù indica nell’ascolto della discepola la parte buona, che non può essere tolta per far spazio ad altre azioni.

L’ascolto del discepolo, che nasce dall’amore e sfocia nell’agire obbediente (per la Bibbia, non c’è differenza tra “udire” ed “ubbidire”) è la sola cosa necessaria, quella da cui dipende tutto il resto.

I “sola” della Riforma, come la sola cosa necessaria, indicata dalle parole di Gesù, mirano a recuperare l’essenziale dell’esperienza cristiana. Sono parole che riequilibrano una situazione squilibrata, che distolgono dall’urgenza del momento per porre attenzione a ciò che costituisce la sorgente, la radice di un’esperienza.

Puntiamo all’essenziale. Scegliamo di metterci in ascolto della Parola consegnataci nelle Scritture. Facciamo nostra la sfida del prestare attenzione ad una Parola altra. Come suggerisce un verso della poetessa Nelly Sachs:

“Se i profeti irrompessero
per le porte della notte
e cercassero un orecchio come patria,

Orecchio degli uomini
ostruito d’ortica
sapresti ascoltare?”.

Buona estate! Buon ascolto!

 

SOLA SCRITTURA

Il Dio di grazia, che Gesù ci ha rivelato, non corrisponde all’immagine che l’umanità, lungo i secoli, si è fatta del divino. Noi immaginiamo Dio sulla base dei nostri desideri e delle nostre paure. Lo pensiamo come un “io” proiettato su una scala infinita, illimitata. E così, quando Lui si è manifestato, ci ha preso lo stupore e lo sconcerto per questo strano Dio, potente sì ma nell’amore; giusto sì, ma nel perdono. Un Dio che cammina con un popolo minuscolo, non con un grande impero. E che si ostina ad accompagnarlo, nonostante le resistenze e i tradimenti. Un Dio che si fa uno di noi, che desidera il nostro bene più del suo, che non ci domanda di sacrificarci per Lui ma si sacrifica Lui per noi.  Mai avremmo immaginato un Dio così. Per questo ha deciso di prendere Lui stesso la parola, di raccontarsi, di rivelarsi a noi. La Bibbia è la testimonianza di questo Dio, il Dio di Israele, il Padre di Gesù. Una testimonianza plurale, una biblioteca di narrazioni che ci parla in molti modi di Dio. Le pagine della Scrittura attestano la storia di questo Dio con la nostra umanità. Leggendo quelle pagine, noi possiamo percepire il volto di Dio e l’abisso del cuore umano. La Bibbia, infatti, è “specchio” e “finestra”: ci consente di vedere più a fondo il nostro vissuto e ci apre ad un nuovo e differente paesaggio, quello del regno di Dio.

Ma affinché la Scrittura possa parlarci in questo modo, noi dobbiamo invocare il dono dello Spirito, che fa di questa lettera morta una Parola viva, che rende possibile il miracolo di scorgere la presenza vera di un Dio che continua a parlare alle nostre vite. E’ lo Spirito che ci fa intuire che le parole non sono carta ma carne. Che quelle lettere, peraltro così simili a quelle che leggiamo in un’opera letteraria, hanno la forza di dire il nostro nome, di trasfigurare il nostro mondo. Come ha promesso Gesù, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito (Giovanni 16,13).

Mettiamoci in ascolto della Scrittura. E domandiamo allo Spirito di guidarci in essa, per comprendere e vivere questa Parola di vita.

 

CRISTO VIVE IN ME

In Gesù si è manifestata la grazia di Dio, che desidera la salvezza di tutti e tutte (Tito 2,11). Guardando a Lui, scorgiamo il volto di un Dio che ci ama gratuitamente, che crede in noi, nonostante i nostri limiti. E’ il Dio crocifisso e risorto, che mentre viene ucciso, perdona i suoi assassini; e che, mostratosi vivo, offre la pace a quelli che l’avevano tradito, rinnegato, abbandonato. Con un Dio così non temiamo il giudizio: invece che condannarci, Gesù ci libera dal male e ci apre alla “vita in abbondanza” (Gv. 10,10).

Ma il Cristo, nel quale facciamo esperienza di salvezza, non è solo un personaggio che ci sta di fronte. Il Signore Gesù vuole stabilire una profonda comunione con ciascuno di noi, penetrando le nostre esistenze e trasformandoci nell’intimo. L’apostolo Paolo lo dice con parole forti: Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato sé stesso per me (Gal. 2,20).

Gesù può trasfigurare la nostra umanità così ripiegata su se stessa, fragile e impaurita. Egli ci spinge a far morire la nostra “vecchia” personalità e a risorgere a vita nuova. Ma cosa significa, in concreto, questo? Come vivere, oggi, in questo mondo in cui risuonano gli echi della guerra, questo passaggio (pasqua!) che Gesù desidera operare in noi? Vi propongo questa breve riflessione di un cristiano ortodosso sull’aprirsi al Dio-Uomo che fa nuove tutte le cose:

 

“La guerra più dura è la guerra contro se stessi.

Bisogna arrivare a disarmarsi.

Ho perseguito questa guerra per anni, ed è stata terribile.

Ma sono stato disarmato.

Non ho più paura di niente, perché l’amore caccia il timore.

Sono disarmato della volontà di aver ragione,

di giustificarmi squalificando gli altri.

Non sono più sulle difensive,

gelosamente abbarbicato alle mie ricchezze.

Accolgo e condivido.

Non ci tengo particolarmente alle mie idee, ai miei progetti.

Se uno me ne presenta di migliori, o anche di non migliori,

ma buoni, accetto senza rammaricarmene.

Ho rinunciato al comparativo.

Ciò che è buono, vero e reale è sempre per me il migliore.

Ecco perché non ho più paura.

Quando non si ha più nulla, non si ha più paura.

Se ci si disarma, se ci si spossessa,

ci si apre al Dio-Uomo che fa nuove tutte le cose,

allora Egli cancella il cattivo passato

e ci rende un tempo nuovo in cui tutto è possibile”.

(Patriarca Atenagora I)

Che il Crocifisso Risorto ci liberi dal nostro piccolo io e dalle tante paure che lo abitano; e ci apra alla novità dell’evangelo. Che sia Lui a dare forma nella nostra quotidianità a quell’umanità nuova che già scorgiamo nella vita di Gesù.

E come chiesa, invochiamo il dono dello Spirito, affinché possiamo fare esperienze di resurrezione, in mezzo a questa storia che puzza di morte.

 

SOLO CRISTO

Quello strano Dio che non assomiglia per niente a tutte le diverse rappresentazioni che l’umanità ha immaginato lungo i secoli, il Dio di grazia della Bibbia, lo possiamo scorgere nel Figlio suo, Gesù, il Cristo. E’ Lui la Parola fatta carne. Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere (Giovanni 1,18). In Gesù vediamo all’opera l’amore sconfinato di Dio. Soprattutto nell’esito della sua breve vita terrena, al momento della croce, quando avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Giovanni 13,1). In quell’ora, l’immaginario religioso viene messo sottosopra: non siamo noi a doverci sacrificare per Lui; è Lui che dona la sua vita per noi. Il racconto della passione di Giovanni inizia proprio con questa scena sconcertante. Gesù, al momento dell’arresto, non domanda ai suoi di difenderlo, di farsi avanti loro, pur di salvare il capo. Contrariamente ad ogni aspettativa, Lui non è preoccupato di sé ma si prende cura dei suoi discepoli: «Chi cercate?» Essi dissero: «Gesù il Nazareno». Gesù rispose: «Vi ho detto che sono io; se dunque cercate me, lasciate andare questi». E ciò affinché si adempisse la parola che egli aveva detta: «Di quelli che tu mi hai dati, non ne ho perduto nessuno» (18,7-9).

Solo Cristo ci rivela quel volto inedito di Dio che mai ci saremmo aspettati. La sua Pasqua è anche un passaggio dalla nostra logica ristretta, quella del dare per avere, del superiore e dell’inferiore, alla logica divina, che sogna un mondo in cui possano finalmente trovare espressione la gratuità del dono e la cura disinteressata.

Increduli e perplessi, entriamo ancora una volta nella scena della croce, in cui Dio si rivela per quello che è. Ci possono aiutare i versi poetici di Erich Fried:

 

E’ assurdo
dice la ragione
E’ quel che è dice l’amore

E’ infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
E’ vano
dice il giudizio
E’ quel che è dice l’amore

E’ ridicolo
dice l’orgoglio
E’ avventato
dice la prudenza
E’ impossibile
dice l’esperienza
E’ quel che è dice l’amore.

 

Scorgere “quel che è”, l’amore senza secondi fini, nel volto del crocifisso risorto. E poi, a nostra volta, provare a seguire quella stessa logica, scommettendo nella possibilità di una vita rinnovata, possibile solo in Cristo. Come suggeriscono le domande di Louis Evely:

 

Siete mai stati risuscitati?
Nessuno vi ha mai parlato,
perdonato, amato,
tanto da farvi rinascere?
Non avete mai assistito a delle resurrezioni?
Avete sperimentato la potenza della vita
che scaturisce da un sorriso,
da un perdono,
dall’accogliere qualcuno,
da una vera comunità?

 

Come si può credere
a una resurrezione futura,
se non avete fatto l’esperienza
di una risurrezione immediata?

Come si può credere
che l’amore sia più forte
della morte,
se non vi ha reso viventi,
se non vi ha risuscitato
dai morti?

Buona Pasqua!

VIVERE CON GRAZIA

Stiamo riflettendo su quelle parole essenziali, capaci di cogliere il cuore dell’evangelo, che la Riforma ha riscoperto. Quattro parole d’ordine, che costituiscono i punti cardinali della bussola del cristiano. Abbiamo iniziato a prendere in considerazione il “sola grazia”.

I 40 giorni che precedono la Pasqua sono un tempo opportuno per cogliere in Gesù il volto della grazia. In Lui si rivela il Dio che ci ama gratuitamente; e insieme, si manifesta l’essere umano, plasmato da questa logica di grazia, capace di gratitudine per quanto la vita gli dona. E’ su questa umanità “graziata” e “graziosa”, che vi invito a riflettere. Domandiamoci: cosa significa credere alla grazia? Quale stile di vita ne consegue?

Affido il compito della risposta a due poetesse. La prima, la polacca Wisława Szymborska, confessa di non aver vissuto nella logica della grazia:

“Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,

senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo
l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa”.

Una confessione che è invito a puntare in alto, a cogliere il meraviglioso del quotidiano:

“24 ore buone, 1440 minuti di occasioni, 86.400 secondi in visione”. Un quotidiano che, per non essere banale, “esige qualcosa da noi: un po’ di attenzione e una partecipazione stupita a questo gioco con regole ignote”.

La seconda, l’italiana Mariangela Guarnieri, risponde che la grazia esige cura, tenerezza:

“Sii dolce con me. Sii gentile.
È breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.

Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente,
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura…”.

Lasciamoci toccare dalla grazia divina, dall’amore sconfinato del Crocifisso risorto per imparare anche noi a toccare con grazia ogni persona che ci sta accanto.

Buona Quaresima!

SOLA GRAZIA

 Da questo mese, proviamo a fare memoria dei 500 anni della Riforma, riflettendo su quelle parole d’ordine che hanno caratterizzato fin dall’inizio quel particolare modo di vivere la fede cristiana fatto proprio dalle chiese protestanti. Quattro slogan che rappresentano i punti cardinali della bussola cristiana. Sono noti come i 4 “sola”.

Il nord della bussola indica la “grazia”. I discepoli di Gesù camminano puntando tutto sulla grazia, attratti in quella direzione che costituisce la meta del cammino. Di cosa si tratta? Di solito, si risponde così: non sei tu a scalare il cielo ma è Dio che ti viene incontro; non sono le tue opere, per quanto buone, a costruire quel Regno che solo Dio può donare. Grazia dice il contrario del merito. Esprime l’iniziativa di Dio, che offre a tutte le persone la salvezza come dono. La grazia è gratis. Già questa iniziale comprensione risuona dirompente, in una società di mercato come la nostra, dove tutto ha un prezzo, dove si coltiva l’eccellenza e si creano scarti umani. Eppure, non è poi così strana questa logica evangelica: la vita inizia con un dono gratuito, quello che i nostri genitori ci hanno fatto, mettendoci al mondo, senza alcuna garanzia su quello che saremmo diventati. Anche Dio agisce così. Lui crede in noi, ci ama incondizionatamente, nonostante i nostri fallimenti. E noi siamo invitati a credere in Lui non per paura delle sue punizioni o per meritarci il premio. Come dice il Maestro ai discepoli: Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici. E’ Gesù che ha dato carne alla grazia, a quell’amore gratuito che si è rivelato sulla croce: Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici. Voi siete miei amici (Giovanni 15,13ss).

Questo è l’evangelo della grazia!

Ma cosa significa quell’avverbio latino – “sola”, ovvero “solamente”? Oltre a dirci che qui siamo in presenza dell’essenziale, indica che spetta a noi provare ad articolare un linguaggio ed operare delle scelte che siano coerenti con quel dono inaspettato e immeritato che Dio ci fa e che non è solo il punto di partenza, da sostituire poi, in corso d’opera, con altri criteri. Come dire: prova a pensare tutta la vita e tutta la fede unicamente a partire dalla grazia. Scommetti che tu possa vivere una vita “graziata” da un Dio che salva e non condanna. Che l’iniziativa di Dio possa continuare a suscitare in te stupore e “gratitudine”. Credi nella possibilità di far nascere relazioni “gratuite”, disinteressate, in cui gustare un’amicizia che non ha secondi fini. Scommetti che è possibile vivere una vita bella, “graziosa”, che semina il bene al posto dell’invidia, dell’odio o del lamento.

Iniziamo a riflettere sulla grazia, in questo nostro mondo dis-graziato, in questa società incredula sulla possibilità di amare così e, allo stesso tempo, desiderosa che avvenga l’insperato: che qualcuno guardi con sguardo benevolo e incoraggiante questa umanità rassegnata e susciti, di nuovo, in lei voglia di vivere.

 

INIZIARE UN NUOVO ANNO, OGGI

Come si inizia un nuovo anno? Difficile rispondere. Non viviamo più in un mondo di certezze, dove si tratta solo di realizzare i programmi stabiliti. Anche l’esperienza di fede – come ci ha insegnato Gesù e come ci ha ricordato Lutero – mette in discussione le presuntuose verità di chi si sente giusto, domandando piuttosto conversione, riforma.

A quanti si reputavano giusti e ritenevano che le disgrazie capitassero solo ai peccatori, sono rivolte le parole di Gesù a commento di un fatto di cronaca riferitogli, quello dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. Gesù rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti come loro» (Luca 13,1-5).

Parola impegnativa per un inizio d’anno. E non solo per l’inizio. Perché ci strappa dal lamento che getta la colpa del male sugli altri, e mai su di noi. E poi, perché ci invita a vivere senza facili certezze: cosa che produce disagio, smarrimento. Per questo siamo tentati di dare ascolto a chi, semplificando la realtà complessa, offre risposte chiare e distinte, grida la sua unica verità come la soluzione di tutti i problemi. E così, ci ritroviamo a dare retta a chi urla di più sulla scena sociale; mentre, a livello individuale, ci affidiamo all’oroscopo per sapere che cosa ci capiterà nel corso dell’anno.

Meglio ascoltare quella Parola che si dona “come soffio leggero”. Meglio afferrare le voci sussurrate dei poeti che, come i profeti, non offrono soluzioni ma aprono orizzonti di senso. E lo fanno con un linguaggio evocativo, che lascia a chi li ascolta il compito di affrontare con rinnovato coraggio il mestiere di vivere. Come questo verso di Nizar Qabbani: “Amami senza preoccupazioni / e perditi nelle linee della mia mano”. Non cercare di leggere la mano, non pretendere di indovinare il futuro e di padroneggiare gli avvenimenti. L’amore procede oltre la paura del non sapere, affronta la vita con la fiducia di chi non teme di perdersi nel mistero del mondo.

Tuttavia, l’amore per la vita, anche per quel tratto di esistenza che vivremo in questo nuovo anno, non può dimenticare le fatiche, i conflitti, le sconfitte. Dopo anni di carcere, un altro poeta, Faraj Bayrakdar, condensa la sua dolorosa esperienza in questi versi: “Siamo tornati a pettinare lettere / dagli occhi disfatti / di dolore per un silenzio maestoso / pugnalato in solitudine”. Gli occhi stupiti per il ritrovarsi a vivere un nuovo anno, sono già segnati dall’agonia di Aleppo, dalle infinite morti violente che tingono di sangue questo nostro disperato mondo. E anche noi, personalmente, sappiamo che dovremo affrontare fatiche, incomprensioni, dolori. Eppure, come suggerisce il poeta, possiamo sempre pettinare il volto scapigliato della storia; possiamo tornare a prenderci cura di questa vita che, nonostante tutto, desidera vivere.

I versi citati sono stati scritti da due poeti siriani contemporanei. E noi li leggiamo in un momento storico delicato, in cui il mondo guarda la Siria morire senza davvero vederla. Noi che siamo tentati di non pensarci, di rimuovere i problemi, sperando in questo modo di poterli neutralizzare.

Domandiamo al Dio che ci ha posti in questo mondo di non lasciarci travolgere dallo scorrere del tempo, senza consapevolezza, senza neppure accorgerci di quanto succede attorno a noi. Invochiamo il dono di vivere questo 2017, in cui facciamo memoria dei 500 anni della Riforma, come persone in ascolto dell’evangelo, che si lasciano guidare dalla Parola di Dio e sono animate dalla passione per il  suo Regno di pace e giustizia. Domandiamo al nostro Signore che riempia i nostri cuori di amore e compassione, per vivere questo nuovo anno come discepole e discepoli di quel Gesù che è venuto in mezzo a noi per mostrarci l’amore e la grazia di Dio.

 

NATALE: DIO SI METTE NEI NOSTRI PANNI

 Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro. Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono “perduto”, lì egli dice “salvato”; dove gli uomini dicono “no”, lì egli dice “sì”. Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente incomparabile. Dove gli uomini dicono “spregevole”, lì Dio esclama “beato” (D. Bonhoeffer).

 C’era una volta un uomo che non credeva nel Natale. Era una persona fedele e generosa con la sua famiglia e corretta nel rapporto con gli altri, però non credeva che Dio si fosse fatto uomo. Era troppo sincero per far vedere una fede che non aveva.

Mi dispiace molto – disse una volta a sua moglie che era una credente molto fervorosa –però non riesco a capire che Dio si sia fatto uomo; non ha senso per me“.

Il giorno di Natale, sua moglie e i figli andarono in chiesa per il culto. Lui non volle accompagnarli.

Se andassi con voi, mi sentirei un ipocrita. Preferisco restare a casa ed aspettarvi“.

La famiglia uscì, mentre iniziava a nevicare. L’uomo si avvicinò alla finestra e vide come il vento soffiava sempre più forte. Tornò alla sua poltrona vicino al fuoco e cominciò a leggere un giornale. Poco dopo venne interrotto da un rumore, seguito da un altro e altri ancora. Pensò che qualcuno stesse tirando delle palle di neve sulla finestra della sala da pranzo.

Uscì per andare a vedere e scorse alcuni passerotti feriti, buttati sulla neve.

La tormenta li aveva colti di sorpresa e, nel tentativo di trovare un rifugio, avevano cercato inutilmente di attraversare i vetri della finestra.

Non posso permettere che queste povere creature muoiano di freddo… Però, come posso aiutarle?“.

Pensò che la stalla sarebbe stato un buon rifugio; velocemente si mise la giacca, gli stivali di gomma e camminò sulla neve fino ad arrivare nella stalla. Spalancò le porte e accese la luce. I passerotti, tuttavia, non entrarono.

Forse il cibo li attirerà“, pensò. Tornò a casa per prendere delle briciole di pane e le disseminò sulla neve facendo un piccolo cammino fino alla stalla.

Ma si meravigliò nel vedere che gli uccelli ignoravano le briciole e continuavano a muovere disperatamente le ali sulla neve. Cercò di spingerli nella stalla, camminando intorno a loro e agitando le braccia. Ma i passerotti volarono da tutte le parti, meno che verso il caldo rifugio.

Mi vedono come un estraneo che fa paura – pensò –  e non mi viene in mente nulla perché possano fidarsi di me… Se solo potessi trasformarmi in passero per pochi minuti, forse riuscirei a salvarli“.

In quel momento, passò accanto a lui una persona che gli augurò “Buon Natale”.

L’uomo neppure rispose al saluto. Restò immobile, in silenzio, pensieroso. Poi cadde a terra, sulla neve, e disse: “Ora capisco, Signore,  perché Tu hai voluto farti uno di noi!”.

 

LE TESI DI LUTERO E QUELLE DELLA SAMARITANA

Il 31 ottobre si è ufficialmente aperto l’anno di commemorazione per il quinto centenario della Riforma (1517-2017). Lo si è fatto a Lund (Svezia), con una celebrazione ecumenica a cui ha preso parte anche Francesco, vescovo di Roma. Un evento straordinario che, in un mondo dove ci si divide e ci si chiude nel proprio gruppo identitario, accende una luce di speranza e testimonia che l’Evangelo è più forte delle nostre resistenze.

Anche noi, nel nostro piccolo, vogliamo fare memoria della Riforma. Non lo facciamo con i toni celebrativi, di chi usa un anniversario per dire come è bravo lui e tutti quelli che, come lui, la pensano a quel modo. Sarebbe un tradimento di quella Parola che domanda conversione, non autocelebrazione! Per noi, fare memoria della Riforma significa cercare quella “forma” evangelica con la quale Dio intende plasmare le nostre vite, la nostra chiesa. Una “forma” che troviamo nelle Scritture. Abbiamo scelto di farlo, leggendo il Vangelo secondo Giovanni.

Siamo ancora ai primi capitoli di quel racconto, nel quale Gesù pone dei segni che invitano a ripensare la nostra immagine di Dio, insieme al senso da attribuire alle nostre esistenze. In queste pagine, troviamo la figura luminosa di una donna di Samaria, che intreccia un dialogo vero con Gesù. Da quel confronto possiamo cogliere i punti cardinali della fede cristiana, una bussola per muoverci al seguito di Gesù. Potremmo così accostare alle tesi di Lutero quelle della Samaritana – o meglio: quelle che nascono dall’incontro della donna con Gesù.

Innanzitutto il “nord”. Per Lutero, essenziale è recuperare la gratuità del dono di Dio, la fede nella sua grazia. Ed è proprio questo che emerge dal confronto al pozzo di Giacobbe. Non conta tanto la questione religiosa – dove adorare Dio: se a Gerusalemme o sul monte Garizim; e neppure quella morale – la donna ha avuto cinque mariti: non è proprio una persona eticamente irreprensibile! Cioè, non siamo noi a scalare il cielo con le nostre forze; è Dio che ci viene incontro e lo fa senza porre condizioni, solo perché siamo importanti ai suoi occhi e ci ama.

Il “sud” indica la direzione opposta, da cui prendere le distanze. Occorre liberarsi da tante preoccupazioni non essenziali. Gesù va oltre la mentalità comune, secondo la quale non era bene che parlasse, da solo, con una donna, e una donna come quella. La Samaritana va oltre il pregiudizio religioso che la sconsigliava a dare retta ad un profeta non samaritano, appartenente al gruppo nemico. Credere nel Dio di Gesù significa smettere di credere a quelle convenzioni umane che rischiano di ridurre la chiesa ad una setta.

L’ “est” indica dove sorge il sole, da dove nasce la fede. La tesi di questo brano è molto chiara: fede è credere in un Dio che non desidera altro se non che tu viva pienamente. Che la tua esistenza non sia arida, che la tua sete trovi da dissetarsi, che tu possa diventare sorgente di acqua viva anche per altri. Si crede per vivere, per sperimentare un’umanità piena, non per fuggire in cielo o dimenticare le fatiche e le sconfitte.

Infine, l’ “ovest”, dove termina la sua corsa il sole, il luogo a cui tendere. La donna è talmente colpita dall’incontro con Gesù che lascia la secchia e corre a comunicare agli altri quanto le è capitato. Lo fa non con affermazioni solenni ma in termini interrogativi: “sarà lui il Cristo? Mi ha letto nel cuore, ha gettato luce nelle mie tenebre…”. La fede spinge a testimoniare lo stupore di un incontro inatteso e decisivo. E’ invito discreto a confrontarsi con una Parola, che si smarca dalle tante parole, che fa fare esperienza di una salvezza che è per tutto il mondo.

Questa è la “forma” della fede evangelica, quella ricordata da Lutero ad una cristianità distratta, lontana dall’Evangelo. Una fede essenziale nel Dio della grazia, che desidera che tutti noi abbiamo vita piena. E proprio per questo ci dona la sua Parola. A quella fonte vogliamo attingere l’acqua viva.

 

UN GRIDO

  • – per Daniel Ahenger, morto a 8 mesi di vita –

Un grido non lo si può imprigionare su un foglio di carta. La pagina non regge l’onda d’urto dell’urlo. Si può parlare e scrivere di esperienze ragionevoli, quelle che ci capitano normalmente. Anche di quelle negative: per quanto faticose, le si possono interrogare, arrivando persino ad imparare dalle sconfitte della vita.

Ma di fronte alla morte improvvisa di un bimbo, quando succede l’impensabile, quando crolla tutto e viene a mancare il terreno sotto i piedi? Quando le fondamenta sono rovinate, che cosa può fare il giusto? (Sal. 11,3).

Può solo urlare la sua disperazione e sperare che Qualcuno la raccolga e pianga con lui.

Una chiesa non ha tutte le risposte. Quelle ce le hanno gli amici di Giobbe che, di fronte al dolore straziante di un uomo che ha perso i suoi figli, fanno gli avvocati di Dio, senza più ascoltare il grido di Giobbe.

Abbiamo solo domande, mischiate a lacrime. E come Gesù sulla croce, gridiamo a gran voce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt. 27,45-46).

Poi le parole ammutoliscono. E rimangono solo le mani, per abbracciare e asciugare il pianto disperato. E i piedi, per andare da chi è stato colpito dalla tragedia ed è sprofondato in luoghi profondi (Sal. 130,1).

Una chiesa non ha la bacchetta magica. Ha solo la sapienza del corpo: se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui (1Cor. 12,26). E crede nell’amore che soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L’amore non verrà mai meno (1Cor. 13,7-8).

FORMA E RIFORMA

Nel periodo estivo, appena finito, chi è riuscito a staccare dal lavoro e dalle solite cose di ogni giorno ha potuto sentirsi, almeno per un po’, “in forma”. Questo modo di esprimerci per dire che stiamo bene, ci introduce al tema dell’anno. Dopo lo slogan “le ferite sono feritoie”, vi propongo di farci guidare da un titolo che suona così: “forma e riforma”. Il tema, almeno in parte, è d’obbligo: quest’anno ricorrono i 500 anni della riforma protestante, entro la quale anche la nostra chiesa si colloca. Il 31 Ottobre del 1517, Martin Lutero affisse sulla porta della chiesa del castello di Wittemberg le sue 95 tesi, proponendo ai cristiani di discutere il proprio vissuto, di valutarlo alla luce della Parola e di mettere in atto una seria riforma. Col linguaggio latino dell’epoca, che suona così: Ecclesia reformata semper reformanda, Lutero ha ricordato la Parola delle Scritture che invita le chiese a lasciarsi continuamente trasformare da Dio. Noi, oggi, alla parola “riforma” associamo una serie di provvedimenti perlopiù politici, degli aggiustamenti per far funzionare meglio la macchina sociale. La riforma è una revisione. Cinque secoli fa – e con altro linguaggio, anche al tempo del cristianesimo delle origini – “riforma” significava tornare alla “forma” di vita evangelica, a quella passione iniziale che ha dato vita all’esperienza cristiana. Dunque, non semplice revisione ma ritorno alla visione. Non un aggiustamento di superficie ma la ricerca di quella forma che la Scrittura propone ai suoi lettori. Vivere da credenti non significa pensare che Dio esista, che l’insegnamento di Gesù sia giusto. Sarebbe solo una fede “di testa”, fatta di idee sganciate dal vissuto. I credenti nel Dio di Gesù sono quelle donne e quegli uomini che alla loro esistenza concreta desiderano dare la forma dell’Evangelo, provando ad assumere il medesimo stile di vita di Gesù. Una “forma” che corrisponde al progetto di Dio su ciascuno e sulla comunità ecclesiale. Ma che noi, sovente, de-formiamo, rincorrendo altre forme di vita, cercando altrove la felicità promessa. Di qui l’esigenza di mettere in atto un processo di “riforma”, per tornare ad essere “in forma” come discepole e discepoli del Signore.

Quest’anno rifletteremo su “forma e riforma” nelle Scritture. Guarderemo con attenzione a quelle scene bibliche in cui prende corpo la “forma” del credente, insieme alla sua necessaria “riforma”. Ci metteremo in ascolto di quelle pagine in cui viene evocata la visione del mondo come Dio lo vuole, insieme alla possibilità di una conversione, laddove il sogno è stato tradito. Domandiamo a Dio il coraggio di tornare all’essenziale, proprio quando ci vediamo dispersi in mille faccende; di non procedere per abitudine e forza d’inerzia, anche quando ci sembra impossibile cambiare; di rimetterci in gioco come esseri umani e credenti, nonostante le nostre paure e i tanti limiti. Invochiamo da Lui il coraggio di credere: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità» (Mc. 9,24).

“Io credo che Dio può e vuole far nascere il bene da ogni cosa, anche dalla più malvagia. Per questo ha bisogno di esseri umani che si pongano al servizio di ogni cosa per volgerla al bene. Io credo che Dio in ogni situazione difficile ci darà tanta forza di resistenza quanta ne avremo bisogno. Egli però non la concede in anticipo, affinché ci abbandoniamo interamente in Lui e non in noi stessi. Ogni paura per il futuro dovrebbe essere superata con questa fede” (Dietrich Bonhoeffer).

COME ASINI

 Siamo giunti al termine del nostro anno ecclesiastico e, prima di ricominciare il cammino, ci godiamo la pausa estiva. Abbiamo riflettuto sulle ferite inferte alle nostre vite da malattie, fallimenti, incomprensioni, dalle tante esperienze negative che dobbiamo affrontare. Abbiamo provato a non rimuoverle, a guardarle in faccia, per imparare a capire meglio noi stessi, le nostre relazioni, questo nostro tempo. Le ferite sono feritoie. Quale bilancio possiamo fare di questo nostro percorso? Penso che possiamo trarre almeno due conclusioni. La prima: la vita va vissuta in tutti i suoi aspetti, anche quelli meno piacevoli. Far finta che non esistano i problemi, non serve: meglio guardarli in faccia. La seconda: Dio ci parla in ogni momento della nostra esistenza e ci invita a coltivare quella sapienza che si lascia dettare l’agenda dalla concretezza delle situazioni, interpretandole alla luce delle Scritture. Ora, questa sapienza è possibile solo a patto di esercitarci nell’arte dell’ascolto, da compiere sia in verticale (ascolto della Parola), sia in orizzontale (ascolto della vita). Discepole e discepoli con i piedi per terra e gli orecchi ben aperti. Che, senza presunzione, senza ritenersi migliori degli altri, camminano con perseveranza guidati dalla luce dell’evangelo. Come degli asini…!

PREGHIERA DEGLI ASINI 

Dacci , Signore, di mantenere i piedi sulla terra,

e le orecchie drizzate verso il cielo,

per non perdere nulla della tua Parola.

Dacci, Signore, una schiena coraggiosa,

per sopportare gli esseri umani più insopportabili.

Dacci, Signore, di camminare diritti, disprezzando le

carezze adulatorie così come le frustate.

Dacci, Signore, di essere sordi alle ingiurie,

all’ingratitudine, è la sola sordità cui aspiriamo. .

Non ti chiediamo di evitare tutte le sciocchezze, perché un

asino farà sempre delle asinerie.

Dacci semplicemente, Signore, di non disperare mai

della tua misericordia così gratuita

per quegli asini così disgraziati che siamo,

come dicono quei poveri esseri umani,

i quali però non hanno capito nulla né di Te, che sei

fuggito in Egitto con uno dei nostri fratelli,

e che hai fatto il tuo ingresso profetico a Gerusalemme,

sulla schiena di uno di noi.

FERITE, FERITOIE E OCCHIALI

Stiamo imparando a considerare le ferite non solo come un evento spiacevole, da allontanare il prima possibile. Certo, il primo compito da svolgere di fronte ad una malattia, ad una crisi familiare, ad un fallimento, è quello di curare la ferita, di ricercare la salute. Ma la cura, per risultare efficace, deve basarsi su una diagnosi del problema. Bisogna guardare in faccia il male che ci affligge per capirne le ragioni, per imparare l’arte di vivere anche nei momenti in cui il mondo ci crolla addosso e ci sembra che ci sia posto solo per la disperazione e la rabbia. Le ferite sono feritoie per chi non rimuove i problemi, per chi scommette che la vita ci istruisce sempre, che Dio è al nostro fianco e ci parla in ogni momento. Tuttavia, anche per coloro che vivono e credono “con gli occhi ben aperti”, non mancano i difetti di vista. Le feritoie permettono di vedere al di là del muro del castello; ma chi osserva da quel pertugio, rischia di scorgere sempre nemici in agguato. Se sei ferito, se la vita non va come desideri, se persino Dio ti delude, allora avrai uno sguardo arrabbiato, tenderai a vedere in tutto e in tutti difetti ed errori. Chi ha subito una ferita e ne soffre, guarda il mondo attraverso delle lenti scure, vede tutto nero. Come si può curare questo difetto di vista? Facendo finta che non esista la malvagità, che gli altri siano tutti buoni? Anche questa sarebbe una visione distorta della realtà. La Bibbia ci insegna a stare ai fatti, ad affrontare la vita per quello che è. Guai agli eroi buoni, perché ingenui. Si tratta di vedere bene e di vivere bene in un mondo che non ci siamo scelti, che non è quello che avremmo voluto che fosse. E per vedere bene, oggi, in una società dove un’opinione pubblica ferita si fa trascinare dalla paura, dall’indifferenza e diventa facile preda dell’ideologia dell’odio e del nemico da combattere, dobbiamo allenare i nostri occhi a vedere il bene che, pure, c’è. Il male ha già conquistato tutta l’audience. E’ sempre stato così: fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce! Ed oggi è ancor più vero. Vediamo nemici dappertutto, viviamo nel terrore. Ha scritto un credente ebreo: se nel secolo scorso, “i nazionalismi in Europa vedevano negli ebrei i nemici dell’umanità, oggi i nuovi nazionalismi vedono negli uomini più sofferenti del pianeta, in fuga dalla siccità e da regimi criminali, i nuovi nemici da cui difenderci. E così, chi ci chiede aiuto e assistenza, invece di ispirare sentimenti di amore e solidarietà, viene presentato come il pericolo maggiore per la nostra esistenza… Possiamo sconfiggere questa paura e lavorare per una strada nuova?” (Gabriele Nissim).

L’evangelo ci dice che, sì, è possibile percorrere un’altra strada, a condizione di aver visto il bene, di resistere al terrorismo e al fondamentalismo, di rifiutarsi di farsi prendere dall’odio verso i migranti, di costruire esperienze di dialogo e di convivenza con gente di cultura e religione diversa. Prima ancora di individuare scelte politiche giuste, dobbiamo rieducare lo sguardo, coltivare la spiritualità, intesa come arte di vedere il mondo con gli occhi di Dio. Le ferite possono insegnarci molto ma, nello stesso tempo, diventare cattive maestre. Abbiamo bisogno degli occhiali delle Scritture per mettere meglio a fuoco la realtà ed agire in essa come testimoni del Regno, del mondo sognato da Dio. E dobbiamo scommettere sulla forza del bene, anche a costo di apparire ridicoli agli occhi dei nostri contemporanei, stregati da un cinico individualismo.

«Io non voglio e non posso credere che il male per gli uomini sia la normalità.
Purtroppo loro non fanno che ridere di questa mia fede, ma come posso non crederci?
Io ho visto la Verità, non me la sono inventata, l’ho vista, l’ho vista, e la sua immagine vivente ha colmato la mia anima per sempre» (Fëdor Dostoevskij, Il sogno di un uomo ridicolo).

INSIEME, VERSO UN FUTURO CHE NON CI APPARTIENE

Lasciamoci sollecitare da due testi (anonimi) dallo stile poetico, per continuare la nostra riflessione sulle “ferite come feritoie”. Il primo ci dice che da soli valiamo poco, che abbiamo bisogno degli altri. La ferita dell’essere poca cosa, ci apre agli altri: solo insieme agli altri mi scopro importante.

Il secondo testo ci parla della ferita del non avere in pugno la situazione, di non riuscire a cambiare la realtà come vorremmo; e invita a fidarci di quel Dio a cui appartiene il futuro.

Se la nota dicesse…

Se la nota dicesse:

“non è una sola nota che fa la musica”.

…Non avremmo la sinfonia.

Se la parola dicesse:

“Non è una parola che fa una pagina”.

…Non ci sarebbe il libro.

Se la pietra dicesse:

“Non è una pietra che innalza il muro”

…Non ci sarebbe la casa.

Se l’uomo dicesse:

“Non è un gesto di amore che salva l’umanità”

…non ci sarebbe mai né la giustizia, né la pace, ne la dignità né la felicità sulla terra.

Come la sinfonia ha bisogno di una nota,

Come il libro ha bisogno di ogni parola,

Come la casa ha bisogno di ogni pietra,

L’umanità intera ha bisogno di te,

là dove tu sei unico, unica, insostituibile…

 

 Profeti di un futuro che non ci appartiene

Ogni tanto ci aiuta il fare un passo indietro e vedere da lontano.
Il Regno non è solo oltre i nostri sforzi, è anche oltre le nostre visioni.
Nella nostra vita riusciamo a compiere solo una piccola parte
di quella meravigliosa impresa che è l’opera di Dio.
Niente di ciò che noi facciamo è completo.
Che è come dire che il Regno sta più in là di noi stessi.

Nessuna affermazione dice tutto quello che si può dire.
Nessuna preghiera esprime completamente la fede.
Nessun credo porta la perfezione.
Nessun programma compie in pieno la missione della Chiesa.
Nessuna meta né obbiettivo raggiunge la completezza.
Di questo si tratta:

noi piantiamo semi che un giorno nasceranno.
Noi innaffiamo semi già piantati, sapendo che altri li custodiranno.
Mettiamo le basi di qualcosa che si svilupperà.
Mettiamo il lievito che moltiplicherà le nostre capacità.
Non possiamo fare tutto,
però dà un senso di liberazione l’iniziarlo.
Ci dà la forza di fare qualcosa e di farlo bene.
Può rimanere incompleto, però è un inizio, il passo di un cammino.
Una opportunità perché la grazia di Dio entri
e faccia il resto.
Può darsi che mai vedremo il suo compimento,
ma questa è la differenza tra il capomastro e il manovale.
Siamo manovali, non capomastri,
servitori, non messia.
Noi siamo profeti di un futuro che non ci appartiene.

PASQUA IN UN MONDO FERITO

La Bibbia racconta di due pasque. La prima si riferisce alla liberazione degli schiavi ebrei, impiegati come manodopera a costo zero nel mattonificio del faraone d’Egitto. Dio ha udito il loro grido disperato, ha visto i maltrattamenti a loro inflitti ed è intervenuto per liberarli e condurli nella terra dove scorrono latte e miele. E’ la pasqua che ristabilisce la dignità di ogni essere umano, fatto ad immagine e somiglianza del suo Creatore e che mira ad introdurlo libero, in una terra abitata nella giustizia. Gesù, prima di morire, fa memoria di questa pasqua: «Ho vivamente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi, prima di soffrire; poiché io vi dico che non la mangerò più, finché sia compiuta nel regno di Dio» (Luca 22,15s). Parole che indicano che la memoria di quanto successo in Egitto deve essere accompagnata dal desiderio di un compimento futuro, quando tutti gli esseri umani potranno gustare una vita non più oppressa. Ma sempre in quella cena pasquale, Gesù parla di un’altra pasqua, la sua. Questa seconda pasqua avviene a Gerusalemme e si riferisce alla sua scelta di amare sino alla fine, senza porre condizione alcuna: scelta che gli esseri umani hanno condannato, appendendolo su una croce, ma che si è rivelata più forte della morte.

Nella prima pasqua resuscita l’umanità messa a morte dall’agire ingiusto dei potenti; nella seconda resuscita Dio stesso, il cui volto è stato incompreso e sfigurato dalla religione. Non più un Dio che domanda di essere servito, che chiede all’umanità di sacrificarsi per lui: è Dio stesso a sacrificarsi per noi, ad amarci proprio mentre lo tradiamo e lo uccidiamo. E il Risorto non torna facendola pagare a quanti hanno tramato per farlo fuori. Non veste i panni del vendicatore. Mostrandosi vivo, ristabilisce i legami infranti, offre perdono, trasfigura quanto il peccato aveva rovinato.

Cosa avviene oggi, nel nostro mondo? Vediamo ancora profughi che scappano da guerre e situazioni di oppressione, che provano a superare i tanti mar Rosso che li separano dalla terra promessa. Solo che, dall’altra parte, trovano muri e filo spinato, poliziotti col manganello e cani che sbranano. Tutto l’opposto dell’esodo d’Israele. E poi vediamo gente impazzita, che semina il terrore e la morte in nome di un Dio, che si mostrerebbe “grande” uccidendo, vendicandosi di chi gli è infedele. Proprio il contrario della pasqua di Gesù.

Noi facciamo memoria delle due pasque in un mondo che non crede alla resurrezione dei vivi e dei morti, che si oppone al Dio della vita. E il problema è che questa opposizione non riguarda solo gli altri, dal momento che questo è il nostro mondo, che anche noi respiriamo la stessa aria e che ci ritroviamo noi stessi dubbiosi ed incapaci di credere alla pasqua, nonostante la celebriamo ogni anno.

Signore, siamo poveri peccatori. Siamo come quella gente che piangeva commossa, mentre tu portavi la tua croce, senza accorgersi del proprio peccato. A costoro tu hai detto: «non piangete per me, ma piangete per voi e per i vostri figli» (Luca 23,28). Perché  «Questo popolo si avvicina a me con la bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me». Eppure, tu hai promesso che «in mezzo a questo popolo io continuerò a fare delle meraviglie, meraviglie su meraviglie; la saggezza dei suoi saggi perirà e l’intelligenza dei suoi intelligenti sparirà» (Isaia 29,13s). Mostrati vivo in mezzo a noi. Liberaci da quella falsa sapienza che ci fa chiudere in noi stessi e sfigura il tuo volto. Insegnaci, di nuovo, a custodire la dignità di ogni persona che incontriamo e la bellezza di un Dio che ci ama incondizionatamente. Solo così potremmo fare esperienza di una terza pasqua, la nostra.

 

IL FERITO E’ LA FERITOIA       

Quante fatiche ci riserva la vita! La nostra prima reazione è di fuggirle, di fare finta di niente. A volte funziona: non ci si pensa, si volge lo sguardo altrove. “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Il più delle volte, però, non è possibile rimuovere i problemi. Quando il corpo continua a mandarci segnali allarmanti, facendoci soffrire; quando le persone con cui viviamo ci manifestano quotidianamente il loro malumore; quando noi stessi sentiamo di girare a vuoto… allora capiamo che è impossibile aggirare il problema. C’è però un’ulteriore tentazione: quella di rivolgerci a Dio, come ultima chance, perché ci liberi dai mali che ci affliggono. E’ giusto chiedere a Lui di ascoltare le nostre sofferenze e di porvi rimedio. Ma è anche una tentazione, se smettiamo di affrontare quanto ci succede e viviamo l’esperienza religiosa come qualcosa di magico. La Bibbia ci insegna a guardare in faccia la vita, in tutte le sue manifestazioni; ci invita a riflettere anche sulle esperienze negative che ci fanno soffrire. Le ferite, infatti, sono feritoie, a cui affacciarsi per comprendere meglio il senso della vita. Perché Dio ci parla attraverso quello che ci succede. Il problema sta nel saperci mettere in ascolto della vita, anche quando non ci piace. Fare silenzio e riflettere sulle fatiche che stiamo affrontando può diventare una scuola di umanizzazione, dove apprendiamo uno sguardo profondo sulla vita, andando oltre il lamento e lo scoraggiamento. Come anche guardare sul volto di chi ci sta vicino la reazione ai nostri comportamenti, ci aiuta a capire che, a volte, siamo noi a ferire l’altro.

Ma in questo periodo che precede la Pasqua, più che alle nostre ferite, subite o inferte, siamo invitati a guardare al Ferito, cioè a quel Gesù che, dopo aver molto patito, è morto in croce. E’ Lui la feritoia da cui scorgiamo il volto di Dio. L’evangelista Giovanni, che all’inizio del suo racconto ci dice: Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere (Gv. 1,18), al momento della crocifissione afferma:

questo è avvenuto affinché si adempisse la Scrittura: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv. 19,36s).

Anche nei confronti di Gesù sulla croce sentiamo la tentazione di distogliere lo sguardo, di pensare ad altro. Avremmo preferito vedere all’opera un Dio potente, che evita il male, invece che doverlo affrontare. In effetti, Gesù  agisce con potenza, mosso dal desiderio di dare vita in pienezza ad ogni essere umano (Gv. 10,10); ed i vangeli lo descrivono come un medico, che si prende cura di chi sta male, che ascolta chi grida il proprio dolore. Ma Gesù è un guaritore ferito, che ha affrontato sulla sua pelle quei mali che ci affliggono. Nella preghiera ha lottato con il Padre suo, domandando di far passare quel calice di dolore; e nello stesso tempo, ha cercato di comprendere qual’era la volontà di Dio (Mc. 14,36), non limitandosi a subire quanto gli succedeva ma dando a tutto un significato. E’ sul Golgota, il luogo del trionfo del male, là dove Gesù ha sperimentato la ferita mortale, che Dio si rivela come un Dio-per-noi, che non vuole il nostro sacrificio; anzi, è Lui a sacrificarsi per noi. Qui assistiamo ad un vero e proprio capovolgimento dell’immaginario religioso di sempre.

Non scappiamo dalla croce. Non imitiamo i discepoli maschi, che abbandonano il Maestro, terrorizzati. Come le donne, rimaniamo ai piedi della croce e domandiamoci, ancora una volta, cosa significhi che Dio è appeso a quel legno e che proprio Lui è destinato a risorgere. Diamoci del tempo per rileggere la passione di Gesù: da quella feritoia scorgiamo chi è Dio e cosa significhi essere umani, in un mondo disumano.

QUANDO A FERIRE SIAMO NOI

Non è facile guardare in faccia le nostre fragilità, quelle ferite che ancora bruciano e ci fanno male. Ma ancora più difficile è fare i conti con la nostra capacità di ferire gli altri. Perché noi non siamo solo vittime ma anche carnefici. E’ raro ammetterlo. Perlopiù ci giustifichiamo: ciò che l’altra persona ritiene una ferita da noi inferta, noi la reputiamo una giusta correzione o pensiamo che se lo è proprio cercato quel nostro comportamento un po’ duro. La violenza è sempre degli altri; quella che ci abita, normalmente, la rimuoviamo. Come ammettere che anche noi proviamo rabbia, odio e agiamo di conseguenza? Come pensare che proprio noi, che ci riteniamo persone corrette, buone, simpatiche, causiamo sofferenza in altri, soprattutto in chi ci sta vicino? Se le ferite da noi subite possono diventare feritoie, a patto di fermarci e guardarle in profondità, a condizione di provare a ricercarne un senso, di viverle e non di subirle soltanto; le ferite causate da noi diventeranno anch’esse feritoie, solo se sapremo scorgere il loro dolore sul volto di chi abbiamo trattato male. E’ necessario, cioè, smettere di essere preoccupati di noi stessi, della nostra giustizia, delle nostre ragioni e provare a metterci “nei panni dell’altro”. Cosa provocano nell’altro i miei “giusti” comportamenti? Che conseguenze hanno le mie azioni? So guardare con attenzione il volto di chi mi sta vicino o gli altri sono solo comparse insignificanti in quel teatro della vita che ha soltanto me come unico protagonista? Sono una persona che fa stare bene chi incontra o arrivo persino a gioire della sofferenza altrui? Il volto dell’altro – dei familiari, dei colleghi, dei vicini, dei fratelli e delle sorelle di chiesa – è il termometro con cui misurare la febbre provocata dai miei gesti e dalle mie parole.

C’è un episodio evangelico che proprio su questo ci fa riflettere: Poi entrò di nuovo nella sinagoga; là stava un uomo che aveva la mano paralizzata. E l’osservavano per vedere se lo avrebbe guarito in giorno di sabato, per poterlo accusare. Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Alzati là nel mezzo!». Poi domandò loro: «È permesso, in un giorno di sabato, fare del bene o fare del male? Salvare una persona o ucciderla?» Ma quelli tacevano. Allora Gesù, guardatili tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza del loro cuore, disse all’uomo: «Stendi la mano!» Egli la stese, e la sua mano tornò sana. I farisei, usciti, tennero subito consiglio con gli erodiani contro di lui, per farlo morire (Marco 3,1-6).

Gesù si indigna, rattristato, perché le persone religiose non sanno più guardare il volto di chi soffre, preoccupate solo di essere rispettose delle norme. Non erano stati, certo, quei credenti, presenti nella sinagoga, a provocare la paralisi della mano di quell’uomo. Ma avevano aggiunto dolore a dolore, disinteressandosi della sua condizione, utilizzandolo per mettere alla prova Gesù. Ponendolo in mezzo, sotto gli occhi di tutti, Gesù domanda di specchiarsi sul viso di quell’uomo e di vedere la violenza che abita anche le persone religiose. Non sempre l’altro è lo “specchio delle mie brame”, uno che mi rimanda un’immagine positiva e idealizzata della mia persona. A volte l’altro svela la mia aggressività, la meschinità di certi miei modi di dire e di agire. Una lezione amara, ma fondamentale: solo se mi accorgo di questo, le ferite da me inferte, anche involontariamente, diventeranno feritoie da cui scrutare un modo differente di vivere le relazioni, di parlare senza ferire, di agire senza provocare sofferenza.

UN ANNO NUOVO

E così siamo giunti al 2016. Un brivido di emozione ci sorprende per questo nuovo anno che inizia. Se non altro, perché ci siamo arrivati, perché siamo ancora vivi, perché muoviamo i primi passi in questo nuovo tempo che ci si spalanca di fronte. Tutti ci auguriamo che sia piacevole o che, almeno, sia meglio di quello precedente. In realtà, siamo abitati da sentimenti misti, opposti: da una parte lo stupore per il nuovo tempo che ci è dato; ma, insieme, anche il dubbio riguardo al fatto che possa essere veramente “nuovo”. Se c’è un tratto comune all’umanità del nostro tempo, almeno qui, in Occidente, questo è dato dal disincanto, dalla disillusione nei confronti di ogni proclamata novità. Certo, inseguiamo le innovazioni della tecnica, che promettono maggiori comfort, rimedi alle malattie che ci affliggono, soluzioni a problemi finora giudicati insolubili. Quanto al resto, però, non ci aspettiamo niente di nuovo. L’umanità continua a ripetere i medesimi orrori di sempre. La storia sarà pure “maestra di vita”, come ha scritto Cicerone; ma noi ci dimostriamo cattivi scolari, incapaci di imparare dagli errori commessi. E’ quanto esprime il poeta Salvatore Quasimodo, autore di Uomo del mio tempo:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Se non siamo in grado di impariamo dal passato, allora dovremmo cambiare tattica, come suggerisce il poeta, ovvero: dimenticare. E’ la strada indicata anche dal profeta Isaia: Così parla il Signore: Non ricordate più le cose passate, non considerate più le cose antiche: Ecco, io sto per fare una cosa nuova; essa sta per germogliare; non la riconoscerete? Sì, io aprirò una strada nel deserto, farò scorrere dei fiumi nella steppa (43,18-19).

A noi, depressi dalla situazione, tentati di disfattismo, in preda al continuo lamento, testimoni di una storia perlopiù ingiusta e malvagia, proprio a noi Dio propone questo esercizio: “sgombera la mente ed il cuore dai pensieri che ti paralizzano, dalla sensazione che non ci sia niente da fare. E, una volta liberata l’anima dalle paure, torna a fidarti della mia potenza, a credere che il nuovo può ancora germogliare, La storia ti sembra un deserto, nel quale le speranze disseccano e la vita muore? Sì, spesso è così. Ma io sono in grado di aprire strade in questo deserto; io posso far scorrere fiumi di acqua viva proprio laddove tutto sembra sfiorire. E tu, saprai riconoscere i germogli di questa novità? Sarai in grado di vedere il bello, il buono, il giusto, il vero, oppure i tuoi occhi sono abbagliati dal sole nero della violenza?”.

Auguri, dunque, per questo anno “nuovo”. Che lo sia veramente. E potrà esserlo se i nostri occhi saranno “nuovi”, se torneremo ad avere fede, ad essere parte di quel resto di umanità che continua a sperare, nonostante tutto. Costoro – dice il Signore – ricostruiranno sulle antiche rovine, rialzeranno i luoghi desolati nel passato, rinnoveranno le città devastate, i luoghi desolati delle trascorse generazioni (Isaia 61,4).

UNA FEDE ATTENTA, CHE ATTENDE

 Quest’anno cerchiamo di riflettere sulle ferite della vita, su quanto ci fa stare male, scommettendo che queste esperienze dolorose possono diventare delle feritoie, ovvero delle situazioni in cui capiamo meglio e più a fondo il significato della condizione umana. Ora, questa nostra ricerca si incrocia, in quest’ultima parte dell’anno, con l’Avvento di Gesù nella storia. Come stanno insieme la fragilità umana e la venuta in mezzo a noi di Gesù? Ci sono credenti che vedono nel farsi carne della Parola eterna la risposta divina alla domanda umana che sgorga dai nostri limiti e fallimenti. “Prendi pure in considerazioni i tanti problemi che devi affrontare; sappi, però, che essi hanno già una soluzione proprio in Gesù”. Altri, interpretano la venuta nella carne del Figlio di Dio come la scelta di condividere la fragile condizione umana. “Non sei solo nelle difficoltà: vicino a te c’è un Dio che le ha sperimentate e proprio per questo può capirti e sostenerti”. Dunque, un cristianesimo “forte”, che ha pronte tutte le risposte; ed uno più “debole”, che punta sull’empatia e la condivisione di Dio. Entrambi, mettono in luce degli aspetti presenti nei racconti evangelici, pur rischiando di lasciarne in ombra altri. Soprattutto, sembrano risolvere troppo in fretta la domanda sul senso di quanto ci capita. Il primo, fornendo risposte preconfezionate: “Gesù è la risposta a tutte le tue inquietudini. Devi solo credere”; il secondo, proponendo che sia più importante l’esserci che non il capire: “la vita è un mistero incomprensibile; grazie a Dio, non la affrontiamo da soli, poiché Gesù è con noi”. Ripeto, c’è della verità in entrambi questi modi di intendere l’esperienza cristiana. E tuttavia, mi sembra che oggi abbiamo bisogno di un cristianesimo che susciti domande, più che risposte; che faccia pensare, più che spegnere l’inquietudine. Viviamo, infatti, in tempi a rischio di banalizzazione, dove prevalgono gli slogan gridati, alla televisione come sui social network, nella politica come anche nella religione. Tutti si sentono in dovere di giudicare, senza la pazienza del voler capire, del fare i conti con la complessità della vita, con gli enigmi del cuore umano.

Nel tempo di Avvento, quando ci prepariamo a rivivere il Natale di Gesù, la fede assume i tratti dell’attesa. Credere non è l’esperienza di chi si sente sazio, perché ha tutte le certezze in tasca o perché gli basta sapere che non è solo, che Dio non lo abbandona. Noi attendiamo la vittoria su quel male che ancora domina sulla terra. Desideriamo trovare quel senso della vita che perlopiù ci sfugge e che viene continuamente messo in discussione da quanto ci succede. Mentre facciamo memoria della nascita di Gesù, ne attendiamo la venuta, alla fine dei tempi, desiderando nuovi cieli ed una nuova terra, in cui abiti la giustizia e la felicità. E nel frattempo? Mentre la storia ci mostra il suo volto crudele e cinico, mentre sperimentiamo le nostre fragilità, cosa ci indica la Parola? Ci invita a vivere l’attesa non come passività: “lasciamo fare a Dio…”, ma come attenzione. Perché è proprio in questa tua vita, in questo periodo storico che Dio ti parla. La vita, il mondo non sono “da sopportare”, ma da trattare con estrema attenzione, poiché sono fragili e noi possiamo romperli. Attenzione significa guardare con occhio penetrante quanto ci succede; significa agire con sapienza, controllando le emozioni che rischiano di travolgerci. Significa prendere sul serio la nostra esistenza, scommettendo che proprio in essa Dio pone la sua tenda. Mettiamoci dunque alla scuola della Parola per apprendere l’alfabeto dell’attesa e dell’attenzione, per vivere una fede sapiente, non ridotta a slogan, un cristianesimo dell’ascolto e della ricerca. Di fronte al muro che sbarra la strada, non limitiamoci a dire: “Dio lo vuole” o “Dio è lì con te”; cerchiamo, piuttosto, quella feritoia che ci fa vedere meglio il senso di ciò che ci capita, vivendo con attenzione ogni esperienza. Da quella finestra potremo scorgere i segni del Dio tanto atteso, che viene proprio per noi.

CHIESA FERITA, CHIAMATA A CONVERTIRSI

Stiamo riflettendo sulle ferite della vita, interpretate come feritoie che permettono di vedere più a fondo. Ferite che non bruciano solo sul corpo delle singole persone, ma anche su quello delle nostre chiese. Quante delusioni hanno suscitato e continuano a suscitare le chiese! Quanti fallimenti a loro carico! Fin da subito, la comunità dei credenti ha mostrato tutte le sue fragilità. Nel libro dell’Apocalisse (3,14-22), leggiamo la diagnosi scritta niente meno che da Gesù a proposito della chiesa di Laodicea. La cartella clinica, con linguaggio spietato, descrive le patologie di questa comunità tiepida che, presumendo di avere una ricca esperienza di fede, va avanti per forza di inerzia, senza passione. Una chiesa cristiana in cui Gesù non si riconosce più, al punto che gli procura nausea: perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò dalla mia bocca (3,16). Nella storia umana, anche le esperienze più belle, partite bene, create per assolvere a nobili ideali, si trovano a tradire il progetto iniziale, ad esprimere il contrario del sogno iniziale. Amori che si trasformano in odio, mobilitazioni per la giustizia che insanguinano la storia che volevano cambiare. Anche la chiesa di Gesù, fin da subito, ha sperimentato il venir meno del fuoco dell’evangelo ed il prevalere della mondanità. E la Scrittura non può che mettere a nudo, impietosamente, il fallimento, lo scarto tra il sogno di Gesù e la triste realtà dei suoi discepoli. Di fronte al quale, però, Dio non si arrende: Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti (3,19). La chiesa può continuare ad avere senso, nonostante le molte infedeltà, solo se riconosce i propri fallimenti e si lascia correggere, se si pone cioè in un cammino di conversione. Ci sono credenti che intendono la conversione come un momento (quando sono stato battezzato, quando ho vissuto un’esperienza spirituale significativa…). In realtà, per la Bibbia, la conversione è un processo che dura tutta la vita. E non solo i singoli sono chiamati a cambiar vita; anche le chiese devono convertirsi. Non è, forse, questo il significato profondo dell’esperienza cristiana promosso dalla Riforma? Proprio in questo mese, ne celebriamo la festa, ricordando il gesto di Martin Lutero. Affiggendo sulla porta della cattedrale di Wittemberg le sue 95 tesi, il riformatore ha proposto ad una cristianità tiepida, molto simile alla chiesa di Laodicea, di discutere il proprio vissuto, di valutarlo alla luce della Parola e di mettere in atto una seria riforma. Col linguaggio latino dell’epoca, che suona così: Ecclesia reformata semper reformanda, Lutero ha ricordato la Parola delle Scritture che invita le chiese a lasciarsi trasformare da Dio. Ma ne tradiremmo le intenzioni, se pensassimo che l’imperativo della conversione riguardi solo le altre chiese; se parlassimo della Riforma con toni trionfalistici, mettendoci sul piedistallo, reputandoci migliori degli altri cristiani. Piuttosto, siamo chiamati a fare memoria di un compito che è solo agli inizi e che dobbiamo assolvere tutti insieme.

Leggiamo ancora nella cartella clinica della chiesa di Laodicea: Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me (3,20). Riconosciamo che Gesù ci è ancora estraneo, che si trova al di fuori delle nostre chiese. E da lì, dal di fuori, bussa alla nostra porta, col desiderio di entrare e condividere con noi l’avventura della speranza in un’umanità rinnovata. Sapremo udirne la voce e arrischiarci di aprirgli? Martin Lutero, sul letto di morte, ha detto: “Siamo dei poveri mendicanti, questa è la verità”. La sfida sta nel riconoscere le nostre fragilità, senza nasconderle dietro la facciata e senza per questo gettare la spugna. E nel mendicare insieme quanto ci manca, oltre la paura di cambiare, mettendoci sempre di nuovo in ascolto di una Parola che chiama a conversione. Che strappa dal lamento per il triste presente, che invita a diventare costruttori di relazioni. La chiesa, per quanto fragile, rimane un prezioso anticorpo alla malattia di un io preoccupato unicamente della propria affermazione. Abbiamo bisogno degli altri per superare insieme l’infelicità dell’autosufficienza; e di quel Dio che continua a scegliere una chiesa fragile per tenere viva nella storia la speranza dell’evangelo.

LE FERITE SONO FERITOIE

Come ogni anno, la nostra chiesa propone un tema che faccia da filo rosso alle predicazioni domenicali e agli approfondimenti comunitari. Quest’anno vorremmo provare ad affrontare le fragilità che ci attraversano. Sono molte e di diversi tipi. Sperimentiamo la debolezza fisica di corpi che sentono lo scorrere del tempo, i segni dell’invecchiamento, che sono soggetti a malattie. Viviamo momenti più o meno lunghi di fragilità psichica, segnati da tristezza, scoraggiamento e depressione. Facciamo continuamente i conti con le fatiche delle relazioni (di coppia, con i figli, con le altre persone). Ebbene, vogliamo prendere sul serio queste fragilità: non perché pensiamo la chiesa come un centro psico-socio-sanitario (!) ma perché il Dio biblico entra in relazione con ciascuno di noi a partire dal nostro concreto vissuto. La Bibbia che, con mille linguaggi, ci narra dell’avventura di Dio con l’umanità, è una scuola di sapienza di vita. E la chiesa è un laboratorio di ascolto, dove proviamo ad apprendere questa sapienza attivando tutte e due le orecchie che abbiamo in dotazione. Con un orecchio, infatti, siamo chiamati a metterci in ascolto della Parola; con l’altro, siamo invitati a prendere in seria considerazione la nostra storia. Impossibile separare i due ascolti, se non a prezzo di una fede solo di facciata e di una vita che rimuove quanto non capisce.

Affrontiamo le nostre fragilità non perché siamo masochisti e ci piace soffrire! Desideriamo vivere e poter gustare la bellezza della vita. Ma sappiamo che del menù della vita fanno parte anche i limiti, le fatiche, le ferite. E la Bibbia ci sollecita a scorgere un senso anche in queste esperienze. Come fa l’apostolo Paolo, che ai cristiani di Corinto dice: abbiamo un tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi (2 Cor. 4,7). Le fragilità della vita non sono solo difficoltà da superare il prima possibile, con un approccio da problem solving. Certo che dobbiamo far di tutto per vivere bene; ma perché questo accada realmente, dobbiamo guardare a fondo ciò che di negativo ci capita, alla ricerca di quel significato che è presente anche nei limiti e nelle ferite dell’esistenza.

In una frase: “le ferite sono feritoie”. Ovvero, le fatiche fisiche, psichiche e relazionali, le esperienze negative che ci feriscono e ci lasciano amareggiati, sono delle finestre che ci mostrano aspetti importanti della vita. La Bibbia ci insegna a non nasconderle sotto il tappeto, a non rimuovere il negativo ma a guardarlo in faccia, interrogandolo a fondo e domandandoci come Dio stia agendo anche in quella situazione. Sono io soltanto un Dio da vicino», dice il SIGNORE, «e non un Dio da lontano? (Geremia 23,23). A volte, Dio ci appare lontano, la vita triste, la gente insopportabile. E la tentazione è quella di pensare ad altro, sperando che passi in fretta la nottata. Viviamo i momenti di crisi come fossero delle parentesi, rispetto alla vera vita, quella che riapparirà una volta risolto il problema. In realtà, anche le ferite ci appartengono, fanno parte della nostra vita. E a noi è chiesto non tanto di sopportarle ma di comprenderle alla luce della Parola che Dio sempre ci rivolge.

Ci aspetta un compito arduo. Ma una fede adulta passa anche per questa strada. Chi incontra il Dio di Gesù compie un cammino di umanizzazione, acquisisce uno sguardo più penetrante, apprende quella sapienza di vivere di cui abbiamo tutti un estremo bisogno.

 

AHI, SETTEMBRE!

Non sempre gli inizi si presentano come momenti di entusiasmo. Basti pensare all’inizio del nuovo anno sociale dopo la pausa estiva: ci attendono le solite cose, con in più la frustrazione di aver visto, anche solo per pochi giorni, che la vita potrebbe essere diversa, meno rigida, più attraente. Depressione post-ferie! E’ stato un bel sogno, ma la sveglia, impietosa, non può che interromperlo, richiamandoci alla dura realtà.
Ebbene, esiste una spiritualità da coltivare in un tempo simile? O l’unico spirito che ci anima è fatto di lamento e rassegnazione? Forse, è proprio nei momenti critici – come lo è Settembre! – che possiamo intuire la differenza cristiana, rispetto all’opinione comune, a proposito di cosa sia la spiritualità. Che non è un’esperienza straordinaria, da farsi in tempi e luoghi appositi, quando riusciamo a distaccarci dalle preoccupazioni ordinarie, dai bisogni impellenti. Certo che abbiamo bisogno anche di questi ultimi, perché la vita è fatta di attività quotidiane ma anche di momenti “a parte”, come quando Gesù si ritirava in “luoghi solitari”, per riposarsi e pregare. Ma lo Spirito spirerebbe solo lì? Nel sentire comune, spirituale si oppone a materiale; nell’inedito linguaggio evangelico, invece, lo Spirito anima la realtà materiale, ne è lievito, sale, luce. Nessuna opposizione, nella lingua del Dio incarnato. La spiritualità evangelica è fatta di corpi, gesti, abitati dallo Spirito di Gesù; è vita quotidiana vissuta nella sequela di quel Maestro che ha parlato del Regno di Dio lungo le strade della Galilea e della Giudea, nelle case in cui era ospitato, osservando a fondo la realtà che incontrava, senza distogliere gli occhi dal male. La spiritualità di Gesù è fatta di mani che si tendono, che impastano il pane e lo spezzano. Sono i gesti quotidiani della cura e della dedizione a disvelare il volto di Dio. Certo, non ogni gesto lo fa. Perché le medesime mani possono chiudersi o, peggio, diventare pugni: lì, di Dio, non c’è più traccia.
Lo Spirito ci sfida a leggere il nostro vissuto per discernere come Dio stia agendo e come noi possiamo non opporgli resistenza, mettendoci in ascolto della sua Parola. E proprio perché avvenga questo, la Scrittura ci invita a coltivare una sapienza del tempo. Il Dio biblico abita il tempo, più che il tempio; il suo Spirito penetra la storia, più che le anime: per questo i credenti sono chiamati a prestare particolare attenzione al tempo, al suo uso. La spiritualità cristiana ha a che fare con l’ordine del tempo, con una disciplina temporale che ne esprime il valore etico. Oggi, però, rischiamo di perdere questa sapienza, facciamo fatica a capire che il discepolato richiede disciplina. Penso che dovremmo ripartire da qui. Provando a contrastare quel tempo perso e disperso che anche i più impegnati sperimentano. Incominciamo a percepirne il disordine. Non è un’operazione semplice perché, normalmente, tutto ciò che facciamo ha un senso ai nostri occhi. Come quando passiamo ore a seguire talk-show o le ultime notizie offerte dalla rete, in nome del necessario aggiornamento (Bibbia e giornale!). Eppure, se fossimo onesti con noi stessi, dovremmo ammettere che da anni ci riempiono le orecchie di chiacchiere e nient’altro. Che avremmo potuto fare un uso migliore di quel tempo.
E dopo la percezione del disordine, proviamo a mettere un po’ di ordine, a stilare un orario delle nostre giornate.
La fatica della ripresa, dopo le ferie, ci stimola a pensare una spiritualità che si traduce nel provare a mettere ordine nelle nostre vite, a partire da un diverso uso del tempo: scelto e non solo subìto, regolato e non più lasciato al caso. Perché nei nostri impegni lavorativi e familiari seguiamo orari precisi, mentre per la fede andiamo a spanne, improvvisando gesti religiosi e perdendo di vista quella vita ordinaria nella quale lo Spirito soffia con estrema libertà?
Facciamo, almeno, un tentativo per mettere ordine al nostro tempo, mentre invochiamo da Dio esattamente questo: Insegnaci a contar bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio (Salmo 90,12).

ESTATE 2015

L’estate, quando alcune attività si fermano e gli impegni diminuiscono, è un tempo propizio per provare a guardarci dentro, ad interrogarci su noi stessi. Una chiesa è fatta di persone che hanno il coraggio di fare verità su di sé, per poter instaurare relazioni autentiche con gli altri. Solo così la Parola del Signore ci raggiunge e mette radici, trovando un terreno in grado di accoglierla.

Vi propongo una riflessione del pastore Bonhoeffer sulle paure che ci abitano. E’ un invito a riconoscerle per non farsene schiacciare ed imparare a passare dalla paura alla fiducia. Questa estate, proviamo a trovare del tempo per guardare alle nostre vite con questa chiave di lettura.

“La paura è in un certo qual modo il nostro principale nemico. Essa si annida nel cuore dell’uomo e lo mina interiormente finché egli crolla improvvisamente, senza opporre resistenza e privo di forza. Corrode e rosicchia di nascosto tutti i fili che ci uniscono al Signore e al prossimo. Quando l’essere umano in pericolo tenta di aggrapparsi alle corde, queste si spezzano, ed egli, indifeso e disperato, si lascia cadere. Allora la paura lo guarda sogghignando e gli dice: ora siamo soli, tu e io, e ora ti mostro il mio vero volto. Chi ha conosciuto e si è abbandonato a questo sentimento in un’orribile solitudine — la paura di fronte a una grave decisione, la paura di un destino avverso, la preoccupazione per il lavoro, la paura di un vizio a cui non si può più opporre resistenza e che rende schiavi, la paura della vergogna, la paura di un’altra persona, la paura di morire — sa che è soltanto una maschera del male, una forma in cui il mondo ostile a Dio cerca di catturarlo. Non c’è nulla nella nostra vita che ci renda evidente la realtà di queste forze ostili al Creatore come questa solitudine, questa fragilità, questa nebbia che si diffonde su ogni cosa, questa mancanza di vie di uscita e questa folle agitazione che ci assale quando vogliamo uscire da questa terribile disperazione. Avete mai visto qualcuno assalito dalla paura? Il suo viso è orribile quando è bambino e continua a essere spaventoso anche da adulto: quella fissità dello sguardo, quel tremore animalesco, quella difesa supplichevole. La paura fa perdere all’uomo la sua umanità. Non sembra più una creatura di Dio, ma del diavolo; diventa un essere devastato, sottomesso.

Abbiamo paura della quiete. Siamo così abituati all’agitazione e al rumore, che il silenzio ci appare minaccioso e lo rifuggiamo. Passiamo da un’attività all’altra per non dover stare soli, per non essere costretti a guardarci allo specchio. Ci annoiamo, a tu per tu con noi stessi. Spesso, le ore che siamo costretti a trascorrere in solitudine ci sembrano le più tristi e le meno fruttuose. Ma non abbiamo soltanto il timore di noi e di scoprirci; temiamo anche Dio. Vorremmo evitare che disturbi la nostra tranquillità e ci smascheri”.

La Bibbia inizia raccontando della paura di Adamo: paura che Dio lo imbrogliasse, come gli suggeriva il serpente; paura che Dio lo giudicasse: «Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto» (Gen. 3,10). Ma quel Dio, che ci domanda di guardare in faccia alle nostre paure (di non nasconderci, di metterci a nudo), è anche Colui che ci chiama ad aprirci alla fiducia, all’amore. Ed è proprio così che termina il racconto biblico, ricordandoci che Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura (1Giov. 4,18).

Che il Signore ci conceda lucidità e coraggio; e che ciascuno di noi trovi la forza di guardarsi dentro e di lasciare risuonare nel proprio cuore la Parola che salva, riaprendo alla fiducia.

Buona estate!

La chiesa nasce a Pentecoste

 Quest’anno ci stiamo chiedendo cosa significhi essere chiesa. Ora, se guardiamo agli ultimi avvenimento della vita di Gesù, riusciamo a capire meglio il suo progetto di comunità.

Ricapitoliamo i fatti: protagonista è un gruppo di fuggiaschi, che avevano dapprima seguito con entusiasmo e coraggio il profeta di Nazaret e poi, di fronte alla sua tragica fine, appeso su una croce, avevano considerata conclusa quell’esperienza e, delusi, stavano tornando ognuno alla solita vita di sempre. Proprio nel momento più nero della crisi, Gesù si manifesta vivo, rivolgendo loro di nuovo la Parola. La croce non aveva decretato solo la morte di Gesù ma anche quella della comunità dei discepoli, ormai senza più fede nel loro Maestro. A Pasqua, insieme a Gesù, anche il gruppo disperso dei discepoli si ritrova di nuovo unito nella fede in un Dio che sa sconfiggere persino la morte. E’ una comunità nuova, quella radunata dal Risorto. Passata attraverso una prova che ha buttato all’aria i precedenti progetti, le aspettative troppo umane, ora può ripartire al seguito del Crocefisso Risorto. Rimane, però, ancora tanta incertezza e paura. Le domande si moltiplicano: se Gesù è risorto, vuol dire che la storia finisce? O che, almeno, sono giunti i tempi messianici, nei quali Israele non dovrà più sottostare al governo altrui? Cosa devono fare i credenti in Gesù: attendere che Dio finisca il lavoro? Vendicarsi di quelli che hanno messo a morte il loro Maestro? Lo stupore per la resurrezione di Gesù aveva lasciato il posto ad una sensazione di spaesamento e incertezza. Solo il dono dello Spirito consente ai discepoli di ridiventare un gruppo con una propria identità ed un progetto di futuro.

Era successa la stessa cosa al popolo d’Israele: la pasqua dell’esodo, avvenuta oltrepassando il mar Rosso, aveva decretato la liberazione dalla schiavitù in Egitto; ma solo al Sinai, quando riceve la Parola che gli farà da guida nella terra promessa, si costituisce come popolo in alleanza con Dio.

Ora, proprio a Pentecoste, quando gli ebrei fanno memoria del dono della Torà, ricevuta da Mosè sul Sinai, i discepoli di Gesù ricevono il dono dello Spirito santo. Lo Spirito è descritto nel libro degli Atti come una “lingua di fuoco”: un’immagine che lega lo Spirito alla Parola e alla passione. Esso, infatti, ricorda la Parola di Gesù e ne fa rivivere la passione per il Regno. Lo Spirito è la Torà messa nel cuore, come aveva preannunciato il profeta Geremia: «Ecco, i giorni vengono», dice il SIGNORE, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d’Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d’Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il SIGNORE; «ma questo è il patto che farò con la casa d’Israele, dopo quei giorni», dice il SIGNORE: «io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo» (Ger. 31,31-33).

Questa è la chiesa di Gesù: un gruppo di persone che ascolta una Parola capace di mettere radici nel cuore; una comunità che fa di questa Parola viva l’orientamento del proprio agire; che fa di questa Parola la sua passione, lasciandosi infiammare dallo Spirito.

In un tempo di cinismo, di cuori freddi e parole opportuniste, invochiamo il miracolo della Pentecoste, per poter scommettere sulla possibilità di essere ancora oggi, a duemila anni di distanza, la chiesa di Gesù.

 

CHIESA DEL RISORTO

 A Pasqua facciamo memoria non solo della morte e resurrezione di Gesù ma anche della fine di una comunità e del suo tornare in vita. Di fronte alla morte scandalosa sulla croce, i discepoli di Gesù si disperdono e la fiducia nel Maestro della Galilea viene meno. E’ soltanto per la nuova iniziativa del Risorto, che si mostra vivo e, senza risentimento né rimproveri, offre loro di nuovo la sua Parola di vita, che la comunità dei discepoli e delle discepole viene rifondata.

Come non leggere in questi avvenimenti la parabola di ogni chiesa, e quindi anche della nostra? Se guardiamo a quello che riusciamo a fare noi, con le nostre forze, dovremmo chiudere bottega! Non siamo brutte persone, anzi… Ma dobbiamo riconoscere che per essere la chiesa di Gesù non basta stare bene insieme. I cristiani sono chiamati ad essere testimoni della resurrezione in un mondo dove prevalgono i segni della morte. E noi fatichiamo a credere nell’incredibile, a sperare nell’insperabile. Come i discepoli di Emmaus, di cui ci parla Luca (24,13-35), dopo ogni culto, ce ne torniamo a casa convinti che tutto è finito, ovvero che la fede non è altro che ascoltare belle parole, che scaldano il cuore, ma che non funzionano nella realtà, dove sono i potenti a decidere l’andamento della storia, quei potenti che hanno messo in croce Gesù e che giudicano l’evangelo come una fantasia irrealizzabile. In ogni momento ci raggiunge la voce vincente che ci dice: l’unico valore è il denaro e tu vali solo nella misura in cui sei ricco e potente.

Ai tempi di Gesù, come ai nostri giorni, la chiesa è chiamata ad essere una società alternativa, che prova a seguire una logica differente da quella mondana, la logica evangelica. Come possiamo essere all’altezza di questo compito? Non siamo migliori degli altri nostri contemporanei; confessiamo la distanza delle nostre vite dal vangelo di Gesù. Eppure, è proprio noi che il Signore chiama a risorgere con Lui. A credere che le nostre esistenze possono essere raggiunte dalla potenza dello Spirito e trasformate. Ad incoraggiarci ad essere la sua chiesa. Lui ci dice: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero (Mt. 11,28-30).

Il giogo serve ad unire due buoi e a guidarli nel lavoro che devono svolgere. Ebbene, Gesù ricorre a questa immagine per dirci: cara chiesa, non sei sola nel duro mestiere di vivere; Io sono al tuo fianco, porto insieme a te il giogo e ti do la forza che ti serve per sostenere le fatiche di chi prova a mettere il lievito dell’evangelo nella pasta della storia.

Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente (Mt. 28,20).

 

 

 

LA PASQUA, UN TERREMOTO!

 Ogni volta che leggiamo le Scritture, apriamo il Libro che apre. La Bibbia, infatti, ci offre racconti che parlano di aperture: si aprono il mar Rosso, le tombe, il futuro. La Scrittura è il Libro dei passaggi, delle pasque. Ma la prima apertura, il passaggio che consente quelli successivi, spetta a noi compierla, mediante la lettura. Tocca a noi aprirci al mondo della narrazione e incominciare a percorrerlo, affrontando anche le salite, dove le parole sono gradini. A volte ci appare arduo inerpicarci per quelle scale: ci sentiamo come bambini per i quali i gradini rappresentano un ostacolo insuperabile. Non è questa la sensazione che proviamo di fronte all’annuncio della resurrezione di Gesù? Come si fa a credere che sia possibile il passaggio dalla morte alla vita, che si possa aprire quell’orizzonte che da sempre riteniamo chiuso, sigillato come pietra tombale? In altri momenti storici, i credenti non esitavano a dirigersi con decisione verso quel guado. Anzi, in mezzo a tutte le incertezze della vita, quel passaggio rappresentava un punto fermo, indiscutibile. La pasqua di Gesù era anche la loro. Ma oggi lo scenario appare molto diverso. Viviamo in una società tendenzialmente depressiva. Le grandi speranze sono venute meno, giudicate come pericolose illusioni, materia per gente un po’ matta, incapace di stare con i piedi per terra. Ed anche i cristiani preferiscono interpretare la fede in termini etici, come una sapienza che aiuta ad orientarsi in un mondo complesso, in preda alla confusione. Non che questo sia sbagliato: abbiamo tutti bisogno di parole che indichino il cammino, che ci sottraggano all’incertezza dominante. Però, queste parole non devono osare troppo, non devono andare oltre il buon senso. E’ finito il tempo della poesia, dei voli pindarici; finalmente, abbiamo capito che occorre fare i conti con la dura prosa quotidiana. Non è, forse, questo lo spirito del nostro tempo, l’aria che respiriamo nel presente? Non siamo anche noi abitati dalla disillusione, continuamente tentati dal cinismo e dall’opportunismo? Come può risuonare l’annuncio della pasqua di Gesù in questa nostra terra desolata? L’evangelista Matteo, lui pure vissuto in un ambiente che giudicava irricevibile quell’annuncio, inserisce nella sua narrazione un elemento diverso, che non troviamo nei racconti degli altri tre evangelisti. Ci dice che, quando Gesù muore sulla croce, la terra tremò, le rocce si schiantarono, le tombe s’aprirono… e il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, visto il terremoto e le cose avvenute, furono presi da grande spavento e dissero: «Veramente, costui era Figlio di Dio» (Mt 27,51-52.54). Anche al mattino del giorno dopo il sabato, il giorno della resurrezione di Gesù, secondo Matteo, si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra (Mt 28,2).

Ci vuole un terremoto esistenziale, che metta sottosopra le nostre indiscutibili convinzioni, per giungere a credere l’incredibile, a sperare l’insperabile. Devono rompersi le acque perché possiamo nascere a quella vita nuova che la resurrezione di Gesù ha inaugurata. Dobbiamo passare per il trauma del parto, abbandonare i grembi caldi per essere messi al mondo ed avventurarci lungo i rischiosi sentieri del Regno di Dio. Per noi la Pasqua giunge come un “terremoto” inatteso, che sposta macigni secolari, che scompiglia i progetti, che mette sottosopra la realtà. Che il Dio dei terremoti esistenziali ci aiuti a riaprire i giochi, a rinnovare la vita. Buona Pasqua!

 

 

DUE AMORI, DUE DOMANDE, DUE DIGIUNI

Nei 40 giorni che precedono la memoria della passione, morte e resurrezione di Gesù, i primi cristiani svolgevano un cammino di preparazione per ricevere il battesimo nel giorno di Pasqua. Ed anche chi aveva già ricevuto il battesimo era chiamato, in quel periodo, a rinnovare la propria fede, a rimotivarla, allontanandosi dal male e prestando maggior ascolto alla Parola di Dio, letta e riletta nelle Scritture, pregata e meditata a lungo.

Con due domande aperte, due interrogativi corrispondenti ai due amori del credente, ovvero Dio e gli esseri umani. Chi è Dio? Come posso scorgerlo appeso su una croce, come l’ultimo dei malfattori? E, insieme: chi è l’uomo? Cosa significa diventare umani, in un mondo da sempre disumano?

Dunque, non tanto le domande “religiose” (in che chiesa devo andare? Quante preghiere devo dire? Quali gesti devo compiere? Ecc.) ma gli interrogativi che stanno alla radice di ogni vita, le questioni fondamentali di chi non si lascia vivere ma affronta l’esistenza con consapevolezza.

Domande che hanno inquietato donne e uomini di ogni epoca e che oggi rischiano di non essere più ascoltate. Per due millenni è stato proposto ai cristiani di tutte le chiese questo tempo speciale di riflessione, sulla base di una distinzione tra il tempo cronologico, che scorre sempre uguale, e un tempo favorevole, diverso dagli altri e assunto come tempo propizio per ripensarsi, per ritrovare quella luce interiore che ci consente di vivere con passione. Oggi, però, rischiamo di perdere questa sapienza perché viviamo di corsa, non abbiamo tempo di fermarci, di fare silenzio. Inoltre, siamo succubi dei tanti strumento tecnologici che siamo felici di possedere ma che in realtà ci posseggono. Le voci che ascoltiamo ci giungono a flusso continuo da telefoni, televisori, computer. Voci che riempiono le nostre vite al punto da non sentire più l’esigenza di rientrare in noi stessi per porci la domanda fondamentale su chi sono e cosa significhi vivere.

Non si tratta di buttare al macero i dispositivi tecnologici di cui ci siamo dotati, ma di considerarli strumenti, senza esserne succubi.

In questo tempo che precede la Pasqua, molte chiese propongono la pratica del digiuno. I protestanti hanno contestato questa pratica divenuta solo esteriore, spesso ipocrita, ricordando quanto scritto nella Bibbia: È forse questo il digiuno di cui mi compiaccio, il giorno in cui l’uomo si umilia? Curvare la testa come un giunco, sdraiarsi sul sacco e sulla cenere, è dunque questo ciò che chiami digiuno, giorno gradito al SIGNORE? Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo? Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne? (Isaia 58,5-7).

Parole sferzanti che ci invitano non tanto ad abolire il digiuno quanto ad intenderlo come rinuncia dell’ingiustizia per iniziare a condividere. Ma sarà possibile astenersi dal “divorare” gli altri, usandoli per il proprio tornaconto, mettere un freno a quella fame di guadagno che ci fa commettere misfatti, solo se prima sapremo digiunare delle tante voci che ci suggeriscono di battere la via dell’ingiustizia (così fan tutti!) per ascoltare una voce differente, per interrogarci di nuovo su cosa significhi essere umani.

Il grande digiuno dall’istinto predatore che ci fa saccheggiare il nostro pianeta e condanna a morte milioni di nostro simili deve essere accompagnato dal piccolo digiuno dai rumori che assordano le nostre orecchie. Partiamo da piccole scelte quotidiane. Programmiamo alcuni minuti nei quali spegniamo tutto e facciamo silenzio. Impariamo il difficile mestiere di giardinieri dell’anima, impegnati a curare le radici della nostra esistenza, altrimenti non ne verrà fuori alcun frutto. Se coltiveremo il silenzio, potremo di nuovo ascoltarci a fondo, essere persone e non personaggi; e sentiremo anche la voce di quel Dio che desidera incontrarci proprio così: ecco, io l’attrarrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore (Osea 2,14).

Non perdiamo l’occasione propizia di un tempo dedicato a fare silenzio, perché – come dice Dietrich Bonhoeffer –

Tra silenzio e parola vi è lo stesso legame interiore

e la stessa distinzione

che vi è tra solitudine e comunione.

L’una non può esistere senza l’altro.

La giusta parola nasce dal silenzio,

ed il giusto silenzio nasce dalla parola.

Nel silenzio è insito un meraviglioso potere

di chiarificazione, di purificazione,

di concentrazione sulle cose essenziali

 

UNA CHIESA CHE SI RICONOSCE FRAGILE

 Quest’anno vogliamo cercare di capire meglio cosa significhi essere chiesa, riflettendo innanzitutto su come Gesù la sognava e come i primi cristiani le hanno dato forma. Nel Libro degli Atti, troviamo un episodio significativo a questo proposito. Al capitolo 5, Luca ci narra della vicenda di Anania e Saffira, una coppia che partecipa all’esperimento insolito della prima comunità di Gerusalemme, ovvero quello di provare a mettere in comune i propri beni così da creare un gruppo dove nessuno fosse bisognoso. Ma i due coniugi pensano bene di non fidarsi del tutto, di mettere da parte qualcosa e di consegnare il resto agli apostoli. Ad una prima lettura ci verrebbe da approvare questo comportamento di buon senso. Ma Luca calca la mano perché con questo episodio intende narrarci il “peccato originale” della chiesa. Leggete con attenzione At 5,1-10 e vi accorgerete di quanto assomigli alla scena di Genesi 3, quando Adamo ed Eva non si fidano di Dio e mangiano dell’albero. In entrambi gli episodi abbiamo una coppia che infrange uno scenario armonico perché segue il consiglio del serpente (Gen. 3,4-5) o di Satana (At. 5,3); segue un interrogatorio separato (prima ad Adamo/Anania, poi a Eva/Saffira); infine, c’è l’espulsione dal giardino/chiesa e l’esperienza della morte. All’inizio della chiesa, come al momento della creazione, il progetto di Dio viene messo in discussione dagli esseri umani.

Dopo aver letto nei racconti evangelici la dura critica di Gesù all’ipocrisia dei farisei, ora negli Atti siamo messi di fronte all’ipocrisia cristiana, ad una fede solo di facciata che, di fatto, non si fida totalmente della Parola di Gesù.

Essere chiesa significa fare i conti con questa fragilità costitutiva. Non siamo migliori degli altri! Ma questa presa d’atto del limite che ci abita, non deve portarci a lasciar perdere l’impresa. La fragilità va riconosciuta come un dono, poiché – come dice Dietrich Bonhoeffer – “solo la comunità che è profondamente delusa per tutte le manifestazioni spiacevoli connesse con la vita comunitaria, incomincia ad essere ciò che deve essere di fronte a Dio, ad afferrare nella fede le promesse che le sono state fatte”. E ancora: “Chi ama il proprio sogno di comunione cristiana più della comunione cristiana effettiva, è destinato ad essere un elemento distruttore di ogni comu­nione cristiana, anche se è personalmente sincero, serio e pieno di abnegazione. Chi si costruisce un’immagine ideale di comunione, pre­tende la realizzazione di questa da Dio, dagli altri e da se stesso. Nella comunità cristiana avanza esigenze sue, istituisce una propria legge e giudica in base ad essa i fratelli e perfino Dio. Si impone con durezza, quasi un rimprovero vivente. Ciò che non va secon­do il suo volere, è preso da lui come un fallimento. Quando il suo ideale fallisce, pensa che si tratti della rovina della comunità. E così diventa prima accusatore dei fratelli, poi accusatore di Dio e infine si riduce a disperato accusatore di se stesso. È Dio ad aver già posto l’unico fondamento della nostra comunione, è Dio ad averci unito con altri cristiani in un solo corpo, in Gesù Cristo: per questo la nostra funzione nel vivere insieme ad altri cristiani non è quella di avanzare esigenze, ma di ringraziare e di ricevere. Ringraziamo Dio per ciò che egli ha operato in noi. Ringraziamo Dio perché ci dà dei fratelli che vivono della sua vocazione, del suo perdono, della sua pro­messa. E anche il peccato dell’altro non è sempre nuova occasione di gratitudine, per il fatto che entrambi possiamo vivere del perdono che viene dall’a­more di Dio in Gesù Cristo? Non è forse in tal modo che proprio il momento della grande delusione nei confronti del fratello diventa per me un impareggiabile momento di salvezza, che mi fa capire fino in fondo che sia lui che io non possiamo vivere in nessun modo delle nostre parole e azioni, ma solo dell’unica parola e azione che ci unisce nella verità, cioè la remissione dei peccati in Gesù Cristo? Nel dissolversi delle nebbie mattutine del sogno, irrompe il giorno chiaro della comunione cristiana”.

 

 

UN ANNO “BUONO”

 Siamo giunti nel 2015! E in questi primi giorni, come di consueto, ci auguriamo “Buon anno!”. Lo facciamo un po’ per abitudine e buona educazione, ed un po’ anche perché vorremmo veramente che le persone a cui rivolgiamo l’augurio possano vivere serenamente. Ma cosa vuol dire augurarsi che l’anno appena iniziato sia “buono”? Se non siamo ingenui, non ci facciamo troppe illusioni. Anche quest’anno ci saranno difficoltà, incomprensioni, malattie, guerre, morti. Sul teatro della storia, come nel nostro piccolo, continueremo ad esperimentare fatiche fisiche, psichiche e relazionali. Tutto quanto fa parte della nostra vita risulta fragile, sottoposto al rischio di corrompersi e venir meno. E allora, che senso ha dirsi “buon anno”? In che cosa può risultare “buono” il tempo che ci è dato di attraversare?

Con queste domande ho riletto la conclusione del libro della Genesi. Il grande portale d’ingresso delle Scritture narra della creazione voluta bella e buona da un Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza e, subito dopo, mette in scena un’umanità che, non fidandosi del progetto divino, mangia dell’albero della conoscenza del bene e del male (2,17 e 3,1ss). Con linguaggio simbolico, viene qui espressa la pretesa umana di controllare il bene ed il male.

La conclusione di Genesi narra la storia di Giuseppe e dei suoi fratelli. Conosciamo bene quella vicenda. Ma, forse, non abbiamo fatto attenzione al finale. Leggiamolo direttamente:

I fratelli di Giuseppe, quando videro che il loro padre era morto, dissero: «Chi sa se Giuseppe non ci porterà odio e non ci renderà tutto il male che gli abbiamo fatto?». Perciò mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre, prima di morire, diede quest’ordine: “Dite così a Giuseppe: Perdona ora ai tuoi fratelli il loro misfatto e il loro peccato; perché ti hanno fatto del male”. Ti prego, perdona dunque ora il misfatto dei servi del Dio di tuo padre!» Giuseppe, quando gli parlarono così, pianse. I suoi fratelli vennero anch’essi, si inchinarono ai suoi piedi e dissero: «Ecco, siamo tuoi servi». Giuseppe disse loro: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio? Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. Ora dunque non temete. Io provvederò al sostentamento per voi e i vostri figli». Così li confortò e parlò al loro cuore (Gen 50,15-21).

La conclusione di Genesi si ricollega al suo inizio. Non possiamo avere il pieno controllo del bene e del male. Non tutto dipende da noi; e noi stessi, a volte, facciamo quello che non vorremmo fare, travolti da gelosie, risentimenti ed altre passioni triste, anche inconsce. Siamo anche noi all’interno della storia di Giuseppe. Il quale si accorge che anche nel male Dio opera: Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene.

Noi siamo tentati di pensare alle situazioni negative come una dolorosa parentesi nella vita, da risolvere il prima possibile. “Quando sarò guarito… quando avrò risolto quel problema economico, col partner, con i figli… quando supererò quell’ansia che mi tormenta…, allora potrò tornare a vivere!”. In realtà, anche quei momenti tenebrosi sono la nostra vita, danno forma alla nostra storia. La vicenda di Giuseppe ci dice proprio questo: qualunque cosa ti capiti, anche gli eventi più dolorosi, ti sia dato di viverlo con sapienza, cercando di scorgervi dove Dio ti voglia condurre.

Non abbiamo il potere (magico!) di evitare il male – i problemi, i fallimenti, le malattie…; ma possiamo cogliere il bene anche lì, se sappiamo imparare dalle situazioni negative, se vi cerchiamo l’agire di Dio e cogliamo le sfide che ci pongono. Così si diventa “umani”: non col gesto di chi pretende di controllare tutto, ma con la scelta di vivere tutto fino in fondo, oltre il lamento (per quanto legittimo), come opportunità di dare senso ad un vissuto che sembra non averlo più. Con le parole di una poetessa, scomparsa di recente, Maria Luisa Spaziani:

L’indifferenza è inferno senza fiamme.

Ricordalo scegliendo

fra mille il tuo fatale grigio.

Se il mondo è senza senso,

tua è la vera colpa.

Aspetta la tua impronta

questa palla di cera.

Raccogliamo la sfida di rendere buono persino il negativo. E domandiamo a Dio di accompagnarci in questa operazione che costituisce l’arte di vivere. Buon anno, dunque!

 

 

NATALE: UN TESORO NASCOSTO

 Se diamo retta a Matteo, la nascita di Gesù non presenta alcuna solennità. Questo evento, che ai nostri occhi ha cambiato la storia, ci viene raccontato all’insegna del nascondimento. Maria si ritrova incinta prima di andare a vivere con Giuseppe. Costui, un uomo giusto che non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente (1,19). E fin qui possiamo anche capire quel desiderio di nascondere qualcosa che gli altri avrebbero giudicato negativamente. Ma il seguito del racconto insiste di nuovo su questo aspetto. Gesù, cercato dai magi d’Oriente, è nascosto ad Erode e a tutta Gerusalemme (2,3). Ricercato da Erode, deve nascondersi in Egitto (2,13-15) e poi in Galilea (2,23-25). Nel seguito della narrazione, Matteo ricorda la parabola di Gesù, secondo la quale Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo (13,44). Le parabole stesse, secondo Matteo, sono raccontate per annunciare qualcosa di nascosto: Aprirò in parabole la mia bocca; proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo (13,35). Gesù ne parla perché non c’è niente di nascosto che non debba essere scoperto, né di occulto che non debba essere conosciuto (10,26). Ma non tutti sono disposti ad accogliere questa parola.

La venuta di Gesù è qualcosa di nascosto, per nulla eclatante. La sua nascita non ha destato alcun interesse a quell’epoca. Ed anche oggi, che calcoliamo gli anni distinguendoli tra quelli prima e quelli dopo Cristo, la sua presenza ed il suo sogno continuano a rimanere nascosti in una storia che è affascinata da altri idoli.

Fare memoria della nascita di Gesù significa credere che nel campo insanguinato di questo nostro mondo è nascosto il tesoro del Regno di Dio. Credere che in quel bambino sono racchiuse le speranze di una nuova umanità. Credere che la sua Parola, per quanto inattuale e nascosta al giudizio della nostra società, sia quella luce di cui abbiamo bisogno. Dio si nasconde perché vuole essere cercato. Lo dice bene questo raccontino della tradizione ebraica: Il nipote di Rabbi Baruch, Jehiel, giocava un giorno a nascondino con un altro ragazzo. Egli si nascose ben bene e attese che il compagno lo cercasse. Dopo aver atteso a lungo uscì dal nascondiglio, ma l’altro non si vedeva. Jehiel si accorse allora che quello non lo aveva mai cercato. Questo lo fece piangere; piangendo corse nella stanza del nonno e si lamentò del cattivo compagno di gioco. Gli occhi di Rabbi Baruch si riempirono allora di lacrime e disse: «Così dice anche Dio: Io mi nascondo, ma nessuno mi vuol cercare». (Martin Buber, I racconti dei Chassidim).

Fare memoria di un Dio nascosto significa mettersi alla ricerca, come i magi, senza presumere di avere e di sapere già. Significa farsi piccoli: Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto (11,25-26).

Non lasciamoci abbagliare dalle luci artificiali. Impariamo, piuttosto, il segreto che la volpe confida al Piccolo Principe: “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

 

 

UNA CHIESA NON SAZIA

 

Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.

Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame.

(Luca 6,21.25)

 

L’evangelista Luca, insieme alle parole di Gesù che indicano la via che porta alla felicità, ci parla anche del retro della medaglia, ovvero di quei “guai” che stanno ad indicare una vita infelice, non riuscita.

Fermiamoci sulla beatitudine della fame. In prima battuta, Luca parla di un mondo capovolto: laddove è Dio a regnare, non ci sarà più alcuna persona costretta a fare la fame. Uno scenario tuttora inedito, che dovrebbe iniziare a prendere corpo almeno nella comunità dei discepoli di Gesù (vedi Atti 4,34).

Ma gli esseri umani non hanno solo fame di pane (Luca 4,4). Abbiamo fame e sete di felicità, di senso, di una vita giusta (come dice Matteo 5,6: Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati).

Avere fame significa non sentirsi sazi e patire la mancanza di qualcosa che si ritiene essenziale. Avere fame significa attendere qualcosa che possa nutrirci.

I cristiani hanno trovato in Gesù e nel suo evangelo il pane della vita (Giovanni 6,35). E tuttavia, anch’essi non possono ritenersi saziati: devono attendere che la fame di vita venga colmata da Colui che è più forte della morte; che la sete di giustizia venga dissetata da Colui che, solo, è Giusto; che questo mondo torni ad essere quel giardino di delizie, come “in principio” l’ha sognato Dio.

invece, ci ritroviamo ad essere incapaci di coltivare desideri a lungo termine, stregati dall’imperativo del soddisfare immediatamente i bisogni. Come i nostri contemporanei, sperimentiamo una sazietà che, di fatto, ci impedisce di vegliare e rimanere in attesa.

E non è solo questione di aspettare il ritorno del Signore e la conclusione della storia umana. Prima ancora si tratta di imparare di nuovo ad attendere la Parola decisiva: «Ecco, vengono i giorni», dice il Signore, DIO, «in cui io manderò la fame nel paese, non fame di pane o sete d’acqua, ma la fame e la sete di ascoltare la parola del SIGNORE» (Amos 8,11).

Essere chiesa – tema su cui proviamo a riflettere quest’anno – significa rimanere in attesa di quella Parola che ci chiama e ci indica la strada da seguire. Vuol dire vivere come cercatori di senso, pellegrini, persone che continuano ad interrogarsi e a mettersi in ascolto.

In questo periodo che precede il Natale, memoria della prima venuta di Gesù, proviamo a imparare di nuovo l’alfabeto dell’attesa, oltre la tentazione di un’esistenza satura di tante cose e di una fede soddisfatta, che presume di sapere e avere.

COME ACQUA CHE PRENDE FORMA DALLA PAROLA

 Quest’anno vogliamo riflettere su cosa significhi essere chiesa. Come per ogni realtà che fa parte del nostro presente, corriamo il rischio di darne per scontato il senso. A partire dalla nostra esperienza personale, tutti noi ce ne siamo già fatti un’idea.

Ma Gesù come voleva la sua comunità? Proviamo a mettere da parte le nostre conclusioni e rimettiamoci in ascolto della Parola per capire più a fondo come dovrebbe essere la chiesa. Ci metteremo alla scuola delle Scritture, annunciate nel culto, approfondite nello studio biblico, meditate nella preghiera personale. E perché l’ascolto sia autentico, occorreranno curiosità, attenzione, intelligenza e, soprattutto, quell’amore che ci libera dalla presunzione di sapere già, che ci rende umili e disponibili alla parola altrui. Come l’acqua!

L’amore è come l’acqua

Anche se una roccia di granito non ha interstizi, l’acqua vi penetrerà, vi passerà attraverso. Poiché non ha forma, l’acqua è così umile, che le puoi dare qualunque forma, ed è sempre pronta a prenderla. La metti in un bicchiere e diventa il bicchiere, la metti in un secchio e diventa il secchio. Non resiste mai, non piange mai, non si lamenta mai, non protesta mai. L’acqua si arrende semplicemente. E così l’Amore, l’Amore si arrende sempre. Si fida talmente che può prendere qualsiasi forma; non ha mai paura. Gli elementi più duri hanno paura. Dal momento che hanno meno sicurezza nella parte più interna del loro essere, sono più attaccati alla forma. La roccia ha paura perché se la forma esteriore viene distrutta, dove andrà a finire? L’acqua non ha paura. La forma non è il suo essere. In ogni forma resterà la stessa. L’Amore non ha paura. Può prendere qualsiasi forma. L’odio ha paura, l’odio è una cosa dura. L’egoismo ha paura, l’egoismo è una cosa dura. L’acqua cerca luoghi cavi; anche l’Amore cerca luoghi vuoti. Se sei un egoista, l’Amore non ti può raggiungere, perché sei così pieno di te stesso che l’Amore non può scorrere in te. L’Amore ha bisogno che tu sia totalmente aperto, disponibile, umile, uno spazio senza ostacoli. L’acqua cerca spazi vuoti; e così scende e viaggia, scorre finché raggiunge l’oceano. L’oceano è il luogo più basso, più vuoto del mondo, per questo l’acqua arriva a lui. Un fiume non può andare verso la collina, non può salire le vette. Avviene esattamente il contrario. Un fiume scende sempre più in basso e scende fino a quando raggiunge il luogo più vuoto del mondo, l’oceano. L’oceano diventa la sua casa. Anche l’Amore va verso il vuoto: ecco perché gli egoisti, gli orgogliosi non possono amare, non possono essere amati. Perché l’Amore è come l’acqua, cerca un luogo cavo, umile, recettivo dove poter riposare. L’Amore è l’acqua dell’essere interiore.

IN PRINCIPIO LA PAROLA

Dopo la pausa estiva, riprende il nostro cammino come chiesa. In questo periodo si formulano proposte e si stilano calendari delle iniziative. Ognuno di noi cova nel proprio cuore qualche idea brillante per dare smalto e visibilità alla nostra chiesa. Ma poi ci sembra che gli altri non la pensino allo stesso modo, non ci aiutino nella realizzazione. Ci succede, allora, di reagire come Marta, la quale tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: «Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta» (Luca 10,40-42).

Maria, infatti, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola (10,39).

Se leggiamo l’intero capitolo 10 del vangelo secondo Luca, capiamo che Gesù non intende screditare l’agire concreto di Marta. Il nostro brano, non a caso, è preceduto dalla parabola del buon samaritano (10,25-37), con la quale Gesù spiega al suo interlocutore chi è il prossimo da amare. Ma, giunto in casa delle sue due amiche, Gesù richiama l’attenzione sull’amare Dio, che si traduce nell’ascoltarne la Parola. E’ l’ascolto della Parola la sola cosa necessaria. Perché sarà dall’ascolto che potremo comprendere cosa Dio desidera che noi facciamo.

Come chiesa, la nostra parte buona è questa. Non abbiamo che la Parola di Dio, da ascoltare a fondo e da cui trarre le indicazioni della via da seguire. E’ l’unico nostro capitale.

All’inizio di questo nuovo anno ecclesiastico, chiediamo a Dio di rinnovare l’esperienza dell’ascolto.

Spesso ci sentiamo a terra, schiacciati da fatiche di ogni tipo; le diverse preoccupazioni ci rendono incapaci di metterci in ascolto.

Proviamo, allora, nella preghiera, a raccontare a Dio il tratto di strada che stiamo percorrendo. Poi, domandiamogli di farci comprendere la via che Lui ci ha tracciato. Chiediamogli di liberarci dalla confusione e, soprattutto, di “allargare il nostro cuore”, di dilatarlo affinché sia capace di accogliere la sua Parola.

E’ quanto ci suggerisce il salmo:

 

Le tue testimonianze sono la mia gioia; esse sono i miei consiglieri.

L’anima mia è avvilita nella polvere; ravvivami secondo la tua parola.

Ti ho confidato le mie vie, e tu m’hai risposto; insegnami i tuoi statuti.

Fammi comprendere la via dei tuoi precetti, e io mediterò sui tuoi prodigi.

L’anima mia, dal dolore, si consuma in lacrime; dammi sollievo con la tua parola.

Tieni lontana da me la via della menzogna e, nella tua grazia, fammi comprendere la tua legge.

Io ho scelto la via della fedeltà, ho posto i tuoi giudizi davanti ai miei occhi.

Ho aderito ai tuoi statuti; o Signore, non permettere che io sia confuso.

Io correrò per la via dei tuoi comandamenti, perché mi hai allargato il cuore.

(Salmo 119,24-32).

 

Buona ripresa!

 

 

UN TEMPO PER LE DOMANDE

Viviamo in un tempo in cui le risposte non sono più un problema. Basta digitare un quesito su Google e la rete ci offre immediatamente la risposta cercata. Possiamo sapere tutto, senza troppo sforzo. Abbiamo tutte le informazioni a portata di mano. Ci mancano, però, le domande. Non mi riferisco a quelle dettate dalla curiosità o alla richiesta di informazioni. Parlo delle domande esistenziali, quelle in cui il punto di domanda diviene un uncino (come suggerisce la sua forma grafica: ?) che arpiona la nostra anima e la libera da quella montagna di cose superflue, non essenziali, che la soffocano.

Abbiamo un disperato bisogno di domande vere. Grazie alle quali poter interrogare a fondo il nostro vissuto, personale e comunitario, evitando la deriva del lasciarsi vivere, dell’andare in automatico.

Domande come quelle proposte dal poeta T. S. Eliot:

Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo? Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo? Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?

Si può vivere a lungo, conoscere tutto e nello stesso tempo perdere la vita. Proprio come suggerisce Gesù, quando domanda:

Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l’anima sua? O che darà l’uomo in cambio dell’anima sua? (Mt 16,26).

Facciamo di questo periodo estivo un tempo per le domande. Interroghiamoci per capire meglio chi siamo, quali sono i nostri desideri profondi, che tipo di relazioni intessiamo con gli altri. Domande per le quali non esiste una risposta bell’e pronta; interrogazioni a cui solo ognuno di noi può far fronte, nella misura in cui ci mettiamo in gioco, ricercando la verità della nostra esistenza (l’anima), più che difendere una presunta immagine pubblica.

E mentre chiediamo a noi stessi il coraggio di non fermarci alle apparenze e di rifarci le domande fondamentali, domandiamo a Dio la sapienza necessaria per apprendere l’arte di vivere, per individuare ciò che è essenziale. Come suggerisce l’apostolo:

Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un’onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore, perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie (Giacomo 1,5-8).

Andiamo pure al mare (se possiamo!), gustiamoci il vento che rinfresca la calura; ma lavoriamo per non essere persone instabili come le onde e agitate come il vento. Non perdiamo l’anima!

Buona estate!

IL RUMORE DELLO SPIRITO

Di che cosa parliamo tra di noi? Che cosa attira la nostra attenzione e diviene argomento delle nostre discussioni? Per tutti, l’attualità la fa da padrona. Le news gridate dai mass media, soprattutto quelle tragiche, che toccano i sentimenti della gente: sono queste a suscitare il nostro interesse, diventando lo spartito che la bocca esegue e l’orecchio percepisce. Siamo sensibili a quello che nella lingua angloamericana si dice “rumors”. E come potrebbe essere diversamente, dal momento che viviamo nella storia, i cui ingredienti sono proprio questi fatti che la cronaca quotidiana ci snocciola? Non si tratta di tapparsi le orecchie e diventare sordi a quanto accade attorno a noi. Piuttosto, è questione di affinare l’udito, per cogliere anche i rumori meno forti, sommersi dai suoni più assordanti. Come il rumore del vento. Gesù, prima di andare a proclamare la buona notizia di un Dio che è Padre e Madre e che regna con giustizia e misericordia, ha speso trent’anni della sua vita per affinare l’orecchio e rendere penetrante lo sguardo. Liberato dall’inquinamento acustico che già allora, in forme diverse, impediva un ascolto profondo, Lui sapeva percepire il rumore del vento. E a Nicodemo, che lo interrogava sulla possibilità di rinascere di nuovo, risponde in questi termini: Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito(Giov. 3,8). Straordinaria immagine che invita ad ascoltare lo Spirito, senza la pretesa di sapere “da dove viene e dove va”, cioè di controllare se è di origine protetta e se va a finire nel posto da noi riservato. Per alcuni cristiani, avere lo Spirito, ricevere il battesimo dello Spirito, rinascere nello Spirito equivale a sapere di essere salvati, di aver raggiunto Dio e di possederne la verità. Una presunzione che la Scrittura giudica come il peggiore dei mali che affliggono le persone religiose, in quanto mette fine alla conversione e allontana da Dio. In realtà, fare esperienza dello Spirito di Gesù significa “non sapere”, cioè abbandonare la pretesa di controllare tutto, lasciandosi guidare da una Parola altra, da un coraggio che non teme di perdere la faccia per arrischiarsi a percorrere i sentieri del Regno. Senza la preoccupazione di essere riconosciuti diversi, magari eroici, in ogni caso bravi. Ciò che conta è far percepire il rumore dello Spirito, il gusto dell’evangelo; far sorgere, almeno per un attimo, l’idea che si può veramente rinascere, anche in una società come la nostra, depressa ed in crisi.

A Pentecoste proviamo ad affinare l’orecchio, ostruito dai rumors dell’attualità per ascoltare quanto lo Spirito dice a ciascuna persona e alla nostra chiesa.

UNA PASQUA PER RIPENSARCI

 Che cosa ha significato la Pasqua di Gesù per coloro che l’avevano seguito lungo le strade della Galilea e della Giudea? Leggendo i quattro vangeli, ci si rende subito conto che per i discepoli e le discepole di Gesù la sua resurrezione non è stata vissuta come un gesto di trionfo, un grido di vittoria al termine di un incerta battaglia, quando ormai si disperava di uscirne vivi. Noi la pensiamo un po’ così: con la resurrezione, Gesù ha cancellato quel triste capitolo della morte in croce, ha messo a tacere i suoi nemici, ha dimostrato di essere Dio. Invece, nei racconti evangelici, l’annuncio della resurrezione viene raccontato insieme a dubbi e paure. Non solo la croce è stata uno scandalo per i primi credenti: anche la resurrezione è parsa loro incredibile, come se fossero in preda ad un fenomeno di allucinazione. Di fatto, Maria di Magdala, Tommaso, Pietro, i due di Emmaus ci parlano di una fede che era venuta meno sul Golgota e che ha dovuto ripensarsi da capo a partire dall’annuncio della resurrezione. Nessun atteggiamento del tipo: la storia ci ha dato ragione! Piuttosto, il faticoso lavoro di ripensare la vicenda di Gesù e rifondare la fede in Lui. Questa rimane la sfida aperta anche per noi, che facciamo memoria di quella Pasqua. Siamo chiamati a riprendere in mano le Scritture per riesaminare il senso della vita di Gesù.

Come i due discepoli di Emmaus (Luca 24,13-35), pur dovendo fare i conti con le delusioni e gli inevitabili fallimenti della vita, proviamo a discutere insieme e lasciamo che il Maestro si accosti e ci accompagni lungo il cammino (vv. 15-17). Lui ci spiegherà le Scritture (v. 27), infiammerà il nostro cuore e ci aprirà gli occhi (vv. 31-32). La Pasqua è una scuola di sapienza, che ci invita a guardare più a fondo la vita di Gesù e la nostra e che ci sollecita a rinnovare l’amicizia con quel Signore che è vivo e continua a condividere il difficile mestiere di vivere.

Montaigne, parlando di un suo amico, ha scritto: «Se mi si obbligasse a dire perché l’amavo, sento che ciò si potrebbe esprimere solo rispondendo: ‘Perché era lui, perché ero io’». E’ questa la posta in gioco: capire chi è Gesù e chi siamo noi, per vivere più a fondo quell’amicizia che può ancora oggi illuminarci, come in quel mattino di Pasqua.

PASQUA 2014

 Lo stupore dei bambini e l’angoscia degli adulti: due sguardi opposti sulla realtà, e tuttavia entrambi necessari per comprendere il Dio Crocefisso e Risorto. Gesù ci manifesta il volto di un Dio che ci ama più di se stesso. Che non pretende da noi sacrifici: piuttosto è Lui stesso a sacrificarsi per noi, nonostante i nostri tradimenti. E’ Padre e Madre, che sulla croce allarga le sue braccia per abbracciarci tutti. Ma proprio questo amore per noi porta Gesù a condividere i nostri abissi, fino a sperimentare l’essere abbandonato da Dio. L’amare fino in fondo (Gv. 13,1) passa attraverso l’angoscia mortale (Mc. 14,34). Per vivere in profondità la Pasqua, ci lasciamo aiutare dalla testimonianza di una nostra sorella per ritrovare lo stupore; ed insieme da una poesia che ci parla dell’abisso sperimentato da Gesù.

PICCOLA, GRANDE TESTIMONE

Mia nipotina Alice è stata recentemente al Teatro Sociale di Bellinzona, assieme a sua mamma e suo fratello Elia, per vedere uno spettacolo: “Mummenschanz for familie”. Insieme a loro c’era anche un’amica di Caterina con il suo figlio più piccolo Mosè dell’età di Alice. Alice era molto entusiasta e piena di gioia in attesa dello spettacolo. Ad un certo punto Alice abbraccia il suo piccolo amico e piena di gioia gli dice il Massimo dei più bei pensieri: “Mosè, Gesù ama tutti!” Alice, vorrei imparare da te: abbracciare quelli che mi sono accanto e dire loro, come hai fatto tu, il Massimo delle cose più belle da dire: Gesù ama tutti.

Hanna Di Fortunato

 

A stento il Nulla

No, credere a Pasqua non è

giusta fede:

troppo bello sei a Pasqua!

Fede vera

è al venerdì santo

quando Tu non c’eri

lassù!

Quando non una eco

risponde

al suo alto grido

e a stento il Nulla

dà forma

alla tua assenza.

DAVID MARIA TUROLDO, Canti Ultimi

FEBBRAIO 2014

Per noi che stiamo riflettendo sull’arte del “ricominciare dall’inizio”, le prime settimane del nuovo anno assumono un valore simbolico: sono un invito a riprendere il cammino, con la sapienza di chi riflette a fondo sulla vita e con la fede in quel Dio che non ci abbandona. Le parole poetiche di Pessoa, la preghiera “colorata” e la testimonianza di due di noi ci dicono come metterci in marcia, “di inizio in inizio”.

Di tutto restano tre cose:

la certezza

che stiamo sempre iniziando;

la certezza che abbiamo bisogno di continuare;

la certezza

che saremo interrotti prima di finire.

Pertanto, dobbiamo fare:

dell’interruzione,

un nuovo cammino;

della caduta,

un passo di danza;

della paura,

una scala;

del sogno,

un ponte;

del bisogno,

un incontro”

Fernando Pessoa

 

Anche se il 2014 è già iniziato da diverse settimane, vorrei fare un augurio a tutti noi per il nuovo anno: “Riuscire a lasciar andare e affidarsi al Signore”. E’ un proposito che mi sono già fatta spesso (mi piace, e credevo di avere tutto sotto controllo), ma che purtroppo non riesco a mantenere nel tempo. Tutti, chi più e chi meno, siamo confrontati nella vita con fatti, avvenimenti, sfide che avremmo volentieri evitato. Ma la vita è così. Il mio 2013 è stanno un anno molto particolare. Ho avuto uno di questi momenti. Un punto di svolta nella propria vita, un momento che ti cambia, internamente, profondamente. Un momento che ti potrebbe abbattere, mettere a tappeto. Cercavo con le mie proprie forze di rimanere a galla, ma inutilmente. Ho dovuto lasciar andare, rischiando di affogare, ma così non è stato. Dio mi ha sorretto e naturalmente anche le preghiere e la vicinanza di parecchie sorelle e fratelli nella fede, vicini e lontani. Ho sentito, grazie a queste preghiere, la forza crescere in me.

Sto imparando (e non si finisce mai!) a fidarmi completamente del Signore. Io ho solo la mia piccola visione di formica della mia vita e credevo di sapere cosa fosse la cosa migliore per me e i miei familiari. Ma Dio ha la visione totale e ha tutto sotto controllo. Dobbiamo veramente crederci. Lo so, a volte è veramente difficile (come detto, parlo per esperienza propria), ma è la sua promessa a noi.

Mi trovo ancora nel bel mezzo di questa sfida, affronto giorno dopo giorno la vita e comincio anche a vedere gli aspetti positivi di ciò che mi è successo. Chissà allora quando avrò, se mai ce l’avrò, la visione totale! Grazie a questa nuova impronta che voglio dare alla mia fede, posso e voglio lodare Dio. Ogni scelta della mia vita ora, ogni richiesta, tutto insomma … lo metto nelle mani del Signore e chiedo che la Sua Volontà sia fatta. Perché ogni cosa tende al bene per quelli che amano il Signore.

Che il Signore vi benedica grandemente!

Una sorella della Comunità.

 

Signore,

Mi offri questo nuovo anno

come una vetrata da mettere insieme

con trecentosessantacinque pezzi

di tutti i colori,

che rappresentano i giorni della mia vita.

Inserirò il rosso del mio amore e del mio entusiasmo,

il viola delle mie pene e dei miei lutti,

il verde delle mie speranze,

ed il rosa dei miei sogni,

il blu od il grigio dei miei impegni e delle mie lotte,

il giallo e l’oro dei miei raccolti…

Serberò il bianco per i giorni ordinari…

ed il nero per quelli in cui mi sembrerai assente!

salderò il tutto con la preghiera della mia fede

e con la serena fiducia in Te.

Signore,

Ti chiederò soltanto di illuminare dall’interno

questa vetrata della mia vita,

per mezzo della luce della Tua presenza,

e per mezzo del fuoco del Tuo Spirito di Vita.

 

Così in trasparenza,

coloro che incontrerò quest’anno,

vi scopriranno, forse,

il volto del tuo Figlio Beneamato,

Gesù Cristo, il nostro Signore.

Amen.

2014

Buon anno! Ce lo auguriamo con gli scritti che trovate in questo bollettino. E pregando gli uni per gli altri.

Nell’anno in cui stiamo riflettendo sulla Bibbia come libro delle seconde volte, come Parola che ci sollecita a ricominciare ogni volta daccapo, domandiamo a Dio di saper scorgere nel nuovo anno un’ulteriore possibilità di vita, un dono da accogliere con gioia, superando la tentazione della sfiducia e dello scoraggiamento.

Ecco, io sto per fare una cosa nuova; essa sta per germogliare; non la riconoscerete? (Isaia 43,19).

Auguri, dunque, a quanti sono pronti a ripartire, con passione ed intelligenza!

Dai nostri lettori abbiamo ricevuto questi testi. Il primo ci riporta al Natale appena celebrato. Il secondo ci invita a scorgere la presenza di Dio, sempre discreta. Il terzo a misurarci con le nostre tenebre, che si oppongono alla luce divina.

 

UN SOGNO

Ho fatto un sogno:

Camminavo sulla spiaggia

fianco a fianco con il Signore.

I nostri passi si disegnavano sulla sabbia

lasciando una doppia orma,

la mia e quella del Signore.

E mi venne il pensiero – era un sogno –

che ogni orma rappresentava

un giorno della mia vita…

Mi sono fermato per guardare indietro,

ed ho visto tutte quelle tracce

che si perdevano lontane.

Ho rivisto il film della mia vita.

Oh sorpresa!

I punti ad orma unica

corrispondevano ai giorni più bui

della mia vita.

Giorni di angoscia e di svogliatezza,

giorni di egoismo e di cattivo umore,

giorni di prova e di ribellione,

giorni insopportabili

in cui sono stato insopportabile.

 

Allora rivolgendomi verso il Signore,

gli ho detto:

” Non mi avevi promesso

di essere con noi tutti i giorni?

Perché mi hai lasciato solo

nei momenti più difficili della vita?

Nei giorni in cui avrei tanto

avuto bisogno di Te? ”

Ed il Signore mi ha risposto:

” Amico,

i giorni in cui vedi una sola orma

sulla sabbia,

sono i giorni in cui

Io ti portavo “.

 

IL PEGGIOR PECCATO

Il peggior peccato contro i nostri simili non è l’odio ma l’indifferenza: questa è l’essenza della disumanità.

NATALE 2013

 

In quel tempo uscì un decreto da parte di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l’impero. Questo fu il primo censimento fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi registrare, ciascuno alla sua città. Dalla Galilea, dalla città di Nazaret, anche Giuseppe salì in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme, perché era della casa e famiglia di Davide, per farsi registrare con Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre erano là, si compì per lei il tempo del parto; ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò, e lo coricò in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

In quella stessa regione c’erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e furono presi da gran timore. L’angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia”». E a un tratto vi fu con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch’egli gradisce!». Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano tra di loro: «Andiamo fino a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto, e che il Signore ci ha fatto sapere». Andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo. E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato loro annunziato (Luca 2,1-20).

Due ordini si confrontano nel racconto della nascita di Gesù, come del resto nelle nostre vite. Allora, come oggi, la voce che domina su tutte le altre è quella dell’imperatore che, a sua discrezione, decide e, di fatto, mette in moto tutte le persone. Anche Maria, Giuseppe eseguono l’ordine di Cesare Augusto, come l’intera popolazione dell’impero.

Accanto alla voce dominante, sentiamo anche un altro ordine: quello che l’angelo del Signore rivolge ai pastori. Quest’ultimo non suscita nessun spostamento di massa, almeno nel presente.

Il decreto imperiale si impone: chi non lo rispetta commette il crimine di lesa maestà e viene duramente punito. Il segno che l’accompagna è la potenza della macchina imperiale, che si avvale di governatori ed eserciti. L’annuncio dell’angelo si propone: non fa leva sul timore; anzi, desidera la felicità di coloro a cui si rivolge. Quanto al segno che lo avvalora, ecco il grande paradosso: come non vedere la sproporzione tra l’annuncio di una salvezza universale ed il segno che dovrebbe renderlo credibile? Troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia.

Il primo ordine, per quanto non ci possa piacere, si impone come una necessità: dobbiamo obbedire all’imperatore; non c’è via di scampo. Il secondo ordine suggerisce un movimento alternativo, che non mira a “farsi registrare” ma ad “andare a vedere”, “meravigliarsi”, “custodire una Parola diversa”.

Celebrare il Natale significa porsi di nuovo di fronte a questa alternativa: ci limitiamo ad essere comparse nel teatro ufficiale, seguendo il copione che l’imperatore di turno ci assegna? O invece, ci arrischiamo a guardare la vita con occhi nuovi, capaci di scorgere in un bambino il segno di un Dio che si fa quotidiano, che si nasconde nei dettagli, che scompagina i nostri progetti e ci sussurra di cercare la gioia più che la sicurezza ed il successo promessi dai potenti?

Il Natale cristiano ci mette di fronte a domande serie, su cui soffermarsi a lungo, in meditazione. Ci chiede di riconsiderare daccapo la direzione delle nostre esistenze: che ne stai facendo della tua vita? dove cerchi salvezza?

Auguri  “pensosi” a tutti i cercatori di senso!

DI INIZIO IN INIZIO

 

Quest’anno vogliamo riflettere su come sia possibile riprendere il cammino, dopo un incidente, uno sbandamento, un fallimento. La Bibbia non descrive i credenti come degli eroi tutti d’un pezzo. Anzi, sembra che per tutti la prima volta non funzioni mai, che sia sempre necessario ricominciare daccapo: di inizio in inizio. Per comprendere questa anima profonda del testo biblico, ci può aiutare la seguente riflessione:

“Niente tiene: sembra che sia  questo assunto ad unire la grande narrazione biblica fin dalle prime battute. Un libro antico, ma anche postmoderno, che riflette sul mondo, su Dio e sulle relazioni umane, prime fra tutti quelle affettive, familiari, proprio a partire da questa esperienza di fragilità.

Niente tiene: non tiene la creazione,  nonostante sia stata creata buona e bella e accompagnata, al suo sorgere, dalla benedizione divina. Non è sufficiente questo incipit ad impedire che il creato affoghi in un mare di guai.

Niente tiene: non tengono le relazioni familiari, incrinate dal sospetto e dalla gelosia. Anche la realtà più fertile, come quella di un giardino delle delizie, può essere deformata dal  sospetto strisciante. Non tengono le relazioni tra fratelli che facilmente degenerano nell’odio, fino al fratricidio.

Niente tiene: non durano gli idoli, costruiti da mano umana, ma nemmeno  la parola divina incisa nella pietra direttamente per mano di Dio (le tavole spezzate);  non tiene persino il progetto di terra promessa. Israele scopre che, in poco tempo, ha riprodotto nel suolo donato le stesse strutture oppressive da cui era fuggito. L’Egitto lo scopre dentro di sé.

Nella Scrittura vengono messe in scena le promesse che, di volta in volta, precipitano, i progetti continuamente abortiti… Niente tiene, tutto rischia di affogare nel caos. Prima ancora della sociologia, la Scrittura racconta la società “liquida”, l’incapacità di rimanere nella fedeltà affettiva ed etica. E, insieme, tesse un controcanto alla rigidezza del cuore che trasforma in pietra la relazione, riducendo Dio a idolo.

Il mondo, la vita sono fragili. Ma Dio è colui che continuamente, di fronte a storie, legami che precipitano, riapre possibilità. Ecco perché la Bibbia è il libro dei nuovi inizi, delle seconde volte, dell’altra possibilità, del tempo sospeso perché l’altro si converta e cambi vita.

La storia biblica non ha l’andamento dell’epopea; il suo stile proprio emerge nelle tante riprese, nei nuovi inizi, in una storia fragile ma sempre aperta perché tenuta aperta da Dio che non si rassegna a buttare via questa fragilità” (Lidia Maggi).

Alla scuola delle Scritture, proveremo ad apprendere la sapienza delle seconde volte, vincendo la tentazione di mollare il colpo, di arrenderci e aprendoci alla speranza di un Dio che con tenacia ci tende la mano, ci invita a rialzarci e cammina con noi.

RIPARTIRE

 

 

La nostra storia personale, come quella dell’umanità, ci mette di fronte a scenari che cambiano, a sfide nuove, ad eventi imprevisti.

Ma nello stesso tempo, la nostra vita segue un ritmo più ripetitivo e meno soggetto al cambiamento.

Ci raccontiamo che cosa ci è successo ultimamente, gli incontri fatti, le nuove esperienze vissute. Ma tutto questo avviene all’interno di un quadro segnato da alcune costanti: il tempo del lavoro, il succedersi delle stagioni, il riproporsi ogni giorno di gesti ripetitivi.

La ripresa delle attività di una chiesa, dopo la pausa estiva, incrocia questi due aspetti del tempo: quello personale, legato a quanto stiamo vivendo ora, nell’ultimo quarto del 2013; e quello del calendario, che ogni anno prevede a settembre la ripresa.

Per cui, da una parte la ripartenza è un tema fisso, che ci troviamo ad affrontare senza possibilità di scampo; dall’altra, ogni ripresa è differente, assume il colore degli umori del momento, delle preoccupazioni e delle fatiche, come anche dei sogni e dei progetti che ci animano.

Per riprendere il cammino, è necessario muovere questi due piedi, in modo tale che il nostro andamento sia insieme personale e comunitario.

E lungo quale strada muoviamo i nostri passi? Se siamo una chiesa, il percorso è quello che ci ha indicato Gesù. Siamo generati dalla sua Parola (1Pt 1,23). Ed è unicamente questa Parola che desideriamo ascoltare, per farla risuonare sia nella nostra vita personale che in quella della nostra comunità.

E’ la Parola che, oltre ad indicarci il cammino, ci dà la forza di percorrerlo, ci risolleva ogni volta che cadiamo, ci incoraggia a fare della ripartenza uno stile di vita.

Auguriamoci, dunque, gli uni gli altri “buon cammino”.

Un’ultima veloce riflessione. In italiano, il verbo “ripartire” ha un felice duplice significato: quello più immediato della ripresa, dopo una sosta; ma anche quello di fare le parti, dividere i doni e le responsabilità.

Che ognuno, secondo la propria misura e le proprie forze, possa fare la sua parte, da protagonista, con coraggio e fedeltà!